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Lo schermo del potere

6 marzo 2013

Ovvero: cosa vogliono le immagini da me?

“La domanda originaria del desiderio

non è direttamente ‘cosa voglio?’

ma ‘che cosa vogliono gli altri da me? cosa vedono in me?’

S. Žižek


Gribaldo_Zapperi_Lo_schermo_del_potere
Ho letto con interesse il libro scritto da Alessandra Gribaldo e Giovanna Zapperi.  Si tratta di una analisi accurata e, per certi aspetti, originale del significato politico della costruzione dell’immagine femminile. Questa si mostra come strumento privilegiato di un potere che, costruendo differenze, fornisce un terreno solido su cui poggia il suo ordine, e quindi la sua stabilità. Ma andiamo con ordine.

Punto di partenza della riflessione delle due autrici è, da un lato, la situazione dei media italiani e la loro rappresentazione della ‘donna’ come oggetto sessuale, dall’altro il modo in cui essa è stata vista ed interpretata da alcune donne. Il riferimento polemico principale del libro è rappresentato dal documentario di Lorella Zanardo.

Nella prospettiva che, secondo le autrici, viene elaborata nel video ‘Il corpo delle donne‘, l’immaginario televisivo italiano oltre che essere profondamente sessista per le immagini che propone, offuscherebbe anche la vera realtà della donna. I media, secondo Zanardo, nel rappresentare la donna in un certo modo opererebbero una mistificazione e un nascondimento della vera realtà.

L’immagine, prodotta dalla tv, viene vista qui come qualcosa di antitetico rispetto al reale: da un lato quindi, ci sono le donne rappresentate dai media, dall’altro ci sarebbero le donne vere e reali. Nella costruzione di questa dicotomia, di fronte allo stereotipo prodotto e costruito dai media, viene posto, secondo le autrici, un altro stereotipo, ugualmente potente, quello delle donne reali, costruite secondo canoni opposti rispetto a quelli espressi da tv e giornali. In questa lettura, secondo le autrici, si rischia così costantemente di scivolare “dalla denuncia alla rivendicazione di una normalità che viene costruita proprio in opposizione all’eccesso mediatico”.

Nel documentario di Zanardo, nell’insieme di ciò che viene detto fuoricampo e ciò che viene mostrato dallo scorrere continuo delle immagini, l’opposizione alla rappresentazione dei media fa emergere, in negativo, la costruzione di una verità sull’essenza della donna, come soggetto unitario definito da un’identità di genere fissa e stabile, uno stereotipo appunto.

Questa presunta identità di genere, opposta alla rappresentazione mediatica, trova la sua radice e la sua parzialità in una certa, specifica, dimensione sociale e culturale. La donna di Zanardo sarebbe la donna bianca, borghese ed eterosessuale e la sua definizione di dignità corrispondente a quella rivendicata da donne nate in ceti sociali protetti, dotate di una certa cultura e posizione. Ciò che il video nasconderebbe sarebbe allora la disparità sociale tra le donne protagoniste dei festini berlusconiani, donne giovani e precarie nel senso più pieno del termine, e le altre, quelle nate negli anni del boom economico.

Fatta questa constatazione le autrici proseguono mostrando come all’origine del documentario ci sia un fraintendimento circa il significato stesso delle immagini, del visuale in quanto tale e del suo rapporto con il potere. Il visuale, spiegano le autrici “emerge come il luogo in cui interagisono lo sguardo e il desiderio” (p. 20). Se il visuale è direttamente connesso con il desiderio, questo si connette inevitabilmente con la sessualità, che diventa il campo privilegiato su cui costruire un immaginario specifico volto a costruire le identità di genere, a ‘produrre’ il soggetto ‘donna’. In questo modo si mostra in maniera evidente il legame con il potere e la sua forza ordinante e normalizzante. Il genere è una categoria del potere, costruita non a partire dal sesso e dalla sessualità (così come la razza non è prodotta a partire da un colore differente di pelle). Si tratta di un concetto i cui contenuti sono prodotti da squilibri di potere e dalla volontà di costruire quelle differenze che mentre discriminano, ordinano. Di questa operazione l’immagine diventa uno strumento privilegiato: essa reifica le differenze, le produce concretamente, cioè agisce non solo sul piano dell’immaginario, ma con un’immediata ripercussione sul piano del reale.
In questo senso, dicono le autrici “l’imporsi di un femminile in quanto immagine non richiama solo l’erotizzazione, ma piuttosto quel processo che storicamente ha a che vedere con la rappresentazione dell’altro, attraverso uno sguardo che lo crea proprio nella misura in cui lo mette in scena” (p. 46).

Ian Cumberland, "if looks could kill"

Ian Cumberland, “if looks could kill”

A differenza della prospettiva di Zanardo, qui l’immagine si mostra non come nascondimento del reale ma come fattore di produzione di esso, come specchio, come luogo di conflitto tra immagine e realtà. L’immagine femminile è schermo del potere innanzitutto perché naturalizza ciò che in realtà non è naturale ma è prodotto del potere. Ed è schermo del potere perché rappresenta un campo politico di negoziazione e di conflitto.

L’immagine, in quanto tale, non può diventare un luogo di verità, pena la costruzione di altri stereotipi, ugualmente uniformanti e omologanti. Non c’è, dicono le autrici, un modo corretto di rappresentare le donne.

La critica deve agire sull’immagine stessa, sul suo legame inevitabile con il potere, sui meccanismi quindi che la originano, ‘i dispositivi che la costruiscono‘ (p. 91). Comprendere come il genere sia una rappresentazione, e in questo senso immediatamente legato all’immagine, vuol dire ammettere che esso non è qualcosa di statico, ma qualcosa che muta in quanto costantemente prodotto e ri-prodotto. In questa sua non staticità sta la possibilità dell’azione politica su di esso. Seguendo De Lauretis, se ‘la rappresentazione sociale del genere incide sulla sua costruzione soggettiva’ e se, viceversa, ‘la rappresentazione soggettiva del genere incide sulla sua costruzione sociale, ammettiamo una possibilità di azione e di autodeterminazione‘. L’immagine prodotto del potere e che, a sua volta, produce il genere, mostra la sua porosità in questo costante rimando al reale. Essa deriva da lì la sua forza, e da lì può diventare strumento di trasformazione.

Secondo le autrici “invece di demonizzare l’immagine, come pura emanazione del potere o come specchio deformante di una realtà che si colloca risolutamente al di fuori di essa, il confronto con il reale potrebbe invece mettere al centro il conflitto, e con esso le politiche della visibilità che si aprono proprio a partire dalle immagini. Nella tensione tra soggettività e immaginario è infatti possibile inventare delle forme discordanti e critiche di identificazione che resistano alla normalizzazione” (p.110).

Il libro, in sostanza, è un invito a rivedere il ruolo della immagini e il nostro ruolo rispetto ad esse. Aprire un varco all’interno di esse, produrre immaginari altri, non univoci, non miranti a costruire identità fisse. L’immagine quindi come luogo di conflitto, diventa campo specifico di azione politica.

Dal punto di vista teorico, niente da eccepire sull’interpretazione delle autrici: un’analisi accurata e attenta. Il problema principale del libro è il seguente: a chi stanno parlando le autrici? a chi è rivolta questa spinta all’azione? Non certo alle immigrate, alle veline, ai ceti bassi della società. L’utilizzo di un linguaggio francamente incomprensibile ai più ne mostra non solo i limiti teorici, ma soprattutto i limiti politici. Si tratta di un libro rivolto all’accademia, ad una certa filosofia politica molto à la page in certi ambienti. Evidente la ripresa di un linguaggio proprio di una certa filosofia francese (normalizzazione, desiderio, soggettivazione), per nulla nuovo ed anzi molto mainstream tra chi ha potuto frequentare le aule universitarie, mostra la sua inadeguatezza a cambiare davvero le cose perché è rivolto ai pochi privilegiati che beneficiano dello stesso sistema che vorrebbero criticare.

L’utilizzo di un simile linguaggio è espressione di un atteggiamento particolarmente elitista e ignaro di esserlo. In questo senso l’operazione di Zanardo è molto meno ‘borghese’, molto più rivolta a tutte le donne, pur con i limiti teorici che giustamente le autrici sottolineano.

Terminerei quindi con Bourdieu che su quest’ultimo argomento ha speso parole importanti. Sono più che altro un invito alla riflessione:

Vale la pena riflettere sui limiti del pensiero e dei suoi poteri, ma anche sulle condizioni del suo esercizio, che portano tanti pensatori a oltrepassare i limiti di un’esperienza sociale necessariamente parziale e locale, geograficamente e socialmente, e circoscritta ad un piccolo angolo, sempre lo stesso, dell’universo sociale e persino intellettuale (…) eppure l’osservazione attenta delle vicende del mondo dovrebbe indurre ad una maggiore umiltà, tanto chiaro risulta che i poteri intellettuali non sono mai così efficienti come quando si esercitano nel senso delle tendenze immanenti dell’ordine sociale, rafforzando in tal caso in modo indiscutibile, attraverso l’omissione e il compromesso, gli effetti delle forze del mondo, che si esprimono anche attraverso di essi”. Bourdieu, Meditazioni pascaliane, p. 9.

12 commenti leave one →
  1. ila permalink
    6 marzo 2013 21:23

    Ho letto anch’io “lo schermo del potere” qualche mese fa.
    L’operazione più notevole di quel libro, a mio avviso, è di problematizzare e far riflettere sul rapporto che intrattengono immagine e discorso nella contemporaneità, di indagare la loro relazione come produttiva di senso e di dare, di questo processo, una lettura di genere. Il testo pone al centro un caso concreto che indicherei come la rappresentazione femminile all’interno dei contenuti mediatici delle televisioni commerciali italiane, ma le riflessioni che ruotano attorno a questa diagnosi di uno stato di cose attuali conduce, in realtà, all’analisi degli elementi culturali che tale realtà ci presenta come impliciti o originari. Tra cui il più pericoloso mi sembra essere il falso universale di “donna”. Sono d’accordo che l’obbiettivo polemico delle due autrici sia il filmato celeberrimo della Zanardo, ma non è il solo, mi sembra (ma potrei sbagliarmi) che questo venga inserito all’interno delle reazioni al fenomeno in questione che hanno visto come protagoniste anche altre associazioni e che hanno prodotto una certa narrazione che si è dimostrata ben presto normativa. Ovvero : opponendo all’immagine mediale la propria rappresentazione del “femminile”, tale proposta si presenta come il “reale”, nasconde il fatto di essere anch’essa costruita. Inoltre, la cosa da sottolineare è che questa rappresentazione delle “donne italiane”, si rivela come prodotta per differenza rispetto al proprio obbiettivo polemico, di cui, involontariamente si trova a condividere la grammatica.
    Perché “Le figure della madonna, della madre, e della puttana, partecipano di un identico ordine discorsivo” (p.57)
    Anche io sono piuttosto critica su alcuni punti del testo ma, mi pare, per questioni completamente diverse da quelle che sono sottolineate in questo post.
    Infatti, trovo che alcune delle critiche potrebbero farci ricadere proprio in quella divisione in gruppi sociali standardizzati e stereotipi irriflessi che sicuramente siamo d’accordo nell’aborrire, ho trovato, allora, piuttosto stonato “a chi è rivolta questa spinta all’azione ?Non certo alle immigrate, alle veline, ai ceti bassi della società”…ma, se il linguaggio con cui è scritto questo libro ne rende impossibile la compressione ai “ceti bassi” (e mi torna alla mente la “casalinga di Treviso” del film di moretti) immagino che chi ha scritto questo pezzo si reputi parte dei “ceti alti” perché nella prima parte ne riassume efficacemente i punti salienti. Ma mi sbaglio di certo perché sotto trovo “è rivolto ai pochi privilegiati che beneficiano dello stesso sistema che vorrebbero criticare”.
    :p

    • Ilaria Durigon permalink*
      7 marzo 2013 13:27

      Sono d’accordo con te sull’analisi del testo. Anch’io l’ho trovato molto interessante dal punto di vista teorico. Cosa che peraltro ho esplicitato in maniera, credo, abbastanza chiara. Il problema sta sul versante politico. Come mai Zanardo (rispetto alle cui critiche concordo in pieno con le autrici) ha avuto così tanto successo e questo libro no (ed è un peccato)?Perchè ha usato uno strumento e un linguaggio che le ha permesso di arrivare ad un numero enorme di persone. Il suo video ha avuto una risonanza politica davvero importante, nonostante i limiti teorici che evidentemente ha. Visto che reputo le tesi del libro molto interessanti e visto che ambivano ad avere un effetto politico, il mio era un invito ad aprirsi al mondo, ad usare un linguaggio più universale. Se si resta rinchiusi nei propri piccoli recinti non si cambieranno mai le cose…Per quanto riguarda l’ultima parte del commento. Ebbene sì. Ho avuto la fortuna di poter studiare. Non per questo mi sento superiore a nessuno, nemmeno alla casalinga di treviso, soprattutto quando in gioco ci sono questioni politiche. Non è una contraddizione mostrare i limiti dell’intellettualismo e aver studiato. Come direbbe Bourdieu:
      “non mi sono mai sentito veramente di esistere in quanto intellettuale. E ho sempre tentato-senza rinunciarvi in queste pagine-di esorcizzare tutto ciò che, nel mio pensiero, può essere legato a questo statuto, l’intellettualismo filosofico in primo luogo. Non amo in me l’intellettuale, e quello che nei miei scritti può suonare come un tratto di anti-intellettualismo si rivolge soprattutto contro quanto resta in me, nonostante tutti i miei sforzi, di intellettualismo o di intellettualità, per esempio la difficoltà, così tipica degli intellettuali, di accettare veramente il fatto che la mia libertà abbia dei limiti”.

      • ila permalink
        10 marzo 2013 11:52

        Cara omonima,
        Ti ringrazio per la risposta
        Ribatto con un certo ritardo sopratutto perché credo che questa discussione tocchi una serie di punti sui quali mi trovo spesso a riflettere e che, al di là del caso del libro in questione, hanno una portata più generale.
        Ad esempio, la separazione tra l’efficacia politica e la validità teorica e il problema della posizione nonché della possibilità di una diagnosi dell’attualità che si voglia critica.
        Riguardo al primo punto credo che, come dimostrano anche alcuni articoli sul vostro blog della sezione « archeologia del patriarcato » (che rivelano una certa radicalità dei contenuti del femminismo”storico” ) il limite dell’attuale panorama italiano di snoq, il corpo delle donne etc. sia tanto teorico quanto politico. La mia impressione e che attraverso i loro diversi contenuti, : filmati, articoli, azioni …si siano prodotte rivendicazioni che vanno verso una conflittualità che è edulcorata, quando va bene, ma che sopratutto non è in grado di costruire una critica radicale ai sistemi di produzione di disparità sociale, e che si trova persino a rivendicare una maggior presenza femminile ai loro vertici, nei casi peggiori.
        Quello che mi domando allora è: ci è utile separare strumentalmente la produzione di contenuti teorici dai loro effetti politici, e salutare con entusiasmo qualcosa che pur presentandosi come la ripresa di una blanda conflittualità, rischia in realtà di ricadere ben presto in un processo normativo?
        Un’altra questione legata a questa, che è emersa nella discussione, può essere indicata come il conflitto tra la volontà di affinare l’analisi attraverso strumenti adeguati e la necessità di una comunicazione efficace che faccia di questi strumenti delle armi politiche. Mi è capitato di discuterne recentemente con un’amica che mi ha fatto notare come sia inadeguato porre la questione nei termini di : “o questo o quello”. La preoccupazione che c’è dietro questi due aspetti è la stessa, il problema, che mi si presenta continuamente, è che ho l’impressione che condividere concezioni che possono essere talvolta complesse in modo che siano incisive, intuibili ed efficaci è una specie di difficilissimo talento.
        L’ultimo punto (e mi scuso con te per la lungaggine), riguarda la nostra cara casalinga (sulla cittadinaza della quale pare ci siano differenti scuole di pensiero, Voghera v/s Treviso). Credo che la distinzione tra un ceto benestante che ha avuto il privilegio di studiare e un ceto popolare ignorante sia poco attinente alla realtà. Chi oggi fa parte delle classi che subiscono maggiormente condizioni di emarginazione sociale può aver raggiunto i massimi livelli del sistema educativo, in proposito mi viene in mente quello che hanno scritto recentemente i wu ming in risposta a chi li ha definiti “radical chic”:
        “Il sottotesto è che un intellettuale possa solo essere un benestante staccato dal mondo. Che figli di proletari abbiano sviluppato la passione per la cultura e lo spirito critico grazie agli sforzi delle loro famiglie e poi abbiano lavorato per pagarsi gli studi non è uno scenario contemplato, come non è contemplato che un intellettuale possa essere un precario. Questo dopo vent’anni di discorsi sul «cognitariato»  (…) Discorsi che evidentemente hanno lasciato il tempo che avevano trovato, e sono stati messi in soffitta.”
        http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=12038

        • Ilaria Durigon permalink*
          11 marzo 2013 09:07

          Carissima Ilaria, innanzitutto volevo sottolineare che, nella mia opinione il video “il corpo delle donne” e il movimento “Se non ora quando” sono due fenomeni radicalmente diversi, anche dal punto di vista dell’efficacia politica. Mentre sul secondo, come abbiamo spesso fatto qui nel blog, non riconosco alcuna validità politica per quanto concerne il primo mi pare innegabile che abbia avuto una risonanza davvero importante: ha portato nel dibattito politico italiano un tema che prima non veniva considerato, e ciò a prescindere dagli argomenti che utilizza. Il merito che gli dò è solo questo, ed è un merito innegabile. Se non ci fosse stato, se ci fosse stato solo il libro ‘lo schermo del potere’, il dibattito non ci sarebbe stato. Purtroppo è così. Non sono io che voglio arbitrariamente separare piano teorico e piano politico: è un dato di fatto che l’impatto politico di quel video sia stato enorme, nonostante i suoi limiti teorici. E questo non vuol dire salutarlo con entusiasmo, ma affermare un dato di fatto second me incontrovertibile. Quello che voglio dire è che c’è da imparare molto da quel video ed è quello che tu sottolinei quando parli dell’importanza di saper comunicare. Riguardo all’ultimo punto e al fatto che adesso anche persone non benestanti possono permettersi l’università, sicuramente questo è vero, ma lo è fino a un certo punto. Ci sono ancora moltissime persone che l’università non se la possono permettere, il numero dei poveri in Italia cresce sempre di più…non possiamo permetterci di non considerare tutte queste persone quando vogliamo fare un discorso politico. Il libro poteva essere scritto in maniera molto più chiara ed efficace!Non era una missione impossibile scriverlo in maniera comprensibile (come ha mostrato bene Il ricciocorno qua sotto)). Perché invece ricorrere sempre a questo linguaggio così ‘accademico’, utilizzando peraltro dei concetti che ormai sembrano proprio delle ‘parole d’ordine’?

  2. 7 marzo 2013 00:11

    Esprimere il concetto in parole semplici non è per niente semplice!
    Non ho letto il libro, ma vediamo se si possono trovare parole adatte alla casalinga di Voghera per riassumere il post. Criticare l’immagine della donna che emerge dalle immagini dei media sostenendo che si tratta di uno stereotipo che non corrisponde alla “vera donna”, presuppone l’esistenza nel mondo reale di una “vera donna” diversa e/o opposta a quella rappresentata. Questo genere di critica comporterebbe due conseguenze.
    La prima: sostenere che l’immagina non rappresenta la “vera donna” implica necessariamente il sostenere che “l’immagine pretende di rappresentare la realtà ma si sbaglia”. Questo non è corretto, perché l’immagine non è creata allo scopo di rappresentare la realtà, ma è uno strumento che il “potere” usa per controllare la realtà, per trasformarla a seconda dei suoi obiettivi (il primo obiettivo immagino sia il perpetuare se stesso).
    La seconda conseguenza è il creare, nell’immaginario di chi fa propria la critica, un’altra immagine stereotipata, quella della “vera donna”. La “vera donna” assumerebbe non solo le caratteristiche opposte a quelle dell’immagine predominante nei media (la “vera donna” non è così) ma addirittura molte delle caratteristiche di chi ha mosso la critica (ovvero bianca, borghese ed eterosessuale con un concetto di dignità corrispondente a quella rivendicata da donne nate in ceti sociali protetti, dotate di una certa cultura e posizione).
    La creazione dello stereotipo della “vera donna” diventa a sua volta uno strumento di oppressione.
    Per neutralizzare l’immagine stereotipata proposta dai media è sufficiente riconoscere la sua incapacità intrinseca a non rappresentare la realtà in quanto strumento del potere: una volta compreso che l’immagine non possiede alcun valore di verità, che non rappresenta “la donna” – perché non esiste “la donna”, né quella “vera” ne quella “falsa”, ma esiste una moltitudine di donne, tutte diverse tra loro – l’immagine perde la sua capacità di influenzare l’immaginario di chi la fruisce.

    • ila permalink
      11 marzo 2013 23:29

      (Non so se ho inserito il commento nella casella giusta comunque…)
      Carissime Ricciocorno e Ilaria,
      Per quanto riguarda la separazione dei fenomeni « Il corpo delle donne » e snoq, che io nell’ultimo commento ho inserito in un unico « panorama italiano » con uno sguardo precocemente retrospettivo, probabilmente ha ragione Ilaria a sottolineare l’indipendenza e la differenza degli effetti dei due fenomeni. Tuttavia non posso concordare nel non riconoscere alcun peso politico al movimento snoq, fenomeno talmente mainstream (quello davvero) che lo abbiamo visto recentemente urlato in in prima serata, condito di buonismo e sgrambettio coreografico.
      Riguardo al fatto che quando si cerca di fare un’analisi critica che possa ambire ad avere effetti politici (da intendersi, ovviamente, in senso ampio) si debba ricercare il fantomatico linguaggio universale, credo che questo sia vero fino a un certo punto. Ma, vi prego su questo punto di non fraintendermi, non si tratta di difendere un certo snobismo accademico che in effetti (come avete ben sottolineato) si è spesso accompagnato al maschilismo (vedi i detrattori di Bergson che definirono la sua filosofia “femminile”), ma del fatto che proprio sul piano politico io non ho proprio nulla da spiegare alla migrante, alla velina, alla casalinga, all’insegnate, alla sex worker. Questo perché quello che devo pretendere e sostenere è che queste soggettività, nella loro eterogeneità, prendano la parola e agiscano come soggetti con le proprie rivendicazioni e le proprie pratiche di lotta, che forse non sono sempre anche le mie. A questo proposito, e visto che se Ilaria continua a citare Bourdieu non potrò fare a meno di continuare a controbattere con Nanni Moretti, vi dirò, con la stessa angoscia che lui prova a bordo piscina “le parole sono importanti”, e il commento qua sopra, nonostante l’abile interpretazione del post, a mio avviso lo dimostra. Se togliamo dalla analisi quelle che tu chiami parole d’ordine (e credo tu ti riferisca a quella serie di strumenti coniati da quella generazione di pensatori francesi prolifica di neologismi di cui ha fatto parte anche il sociologo a cui ti richiami) ci ritroviamo poi a dire …
      “una volta compreso che l’immagine non possiede alcun valore di verità, che non rappresenta “la donna” – perché non esiste “la donna”, né quella “vera” ne quella “falsa”, ma esiste una moltitudine di donne, tutte diverse tra loro – l’immagine perde la sua capacità di influenzare l’immaginario di chi la fruisce.” (ricciocorno)
      Il che è allo stesso tempo pericolosamente utopico perché promette una liberazione attraverso un disvelamento e una presa di coscienza, ma anche depotenziante rispetto alla mia azione di rappresentazione e di auto-rappresentazione. Perché come diceva François Collin proprio riguardo al potenziale strutturante dell’arte… «toute œuvre de femme est féministe»!

      • 21 marzo 2013 00:03

        “sul piano politico io non ho proprio nulla da spiegare alla migrante, alla velina, alla casalinga, all’insegnate, alla sex worker” Il punto non è “spiegare”: mettersi in cattedra, “fare la lezione”, ma comunicare, condividere, confrontarsi… Davvero non è possibile trovare un terreno comune, nemmeno nell’ambito della medesima lingua (l’italiano, indendo), per avviare un dialogo costruttivo con l’altro da sé? Lo trovo un po’… estremo. Mi sembra ovvio caldeggiare l’autorappresentazione e sostenere che “queste soggettività, nella loro eterogeneità, prendano la parola e agiscano come soggetti con le proprie rivendicazioni e le proprie pratiche di lotta”, ma in questo modo non si prospetta una moltitudine di soggetti che parlano solo per sé e forse solo a se stessi, perdendo di vista lo scopo primario del linguaggio, che è quello di mettere in comunicazione una soggettività con l’altra?

  3. 11 marzo 2013 00:14

    La “casalinga di Voghera” è un’espressione inventata, sembra, dai detrattori della scrittrice Carolina Maria Margarita Invernizio (Voghera 1858 – Cuneo 1916). Che non era un’ignorantona, comunque, e neanche di umili origini, bensì una signora della buona borghesia piemontese che però raggiunse un’incredibile fama in tutta Europa come scrittrice di romanzi popolari, Odio di araba, Anime di fango, Il Bacio di una morta, e il celeberrimo La Sepolta Viva, sotto lo pseudonimo di “Signora Quinterno”. Molto popolare tra le domestiche venne spesso definita con scherno “la casalinga di Voghera”, “l’onesta gallina della letteratura popolare”, e “Carolina di servizio”.
    … E’ un interessantissimo dibattito, questo, e vorrei sottolineare che “condividere concezioni che possono essere talvolta complesse in modo che siano incisive, intuibili ed efficaci è una specie di difficilissimo talento” è una splendida osservazione.
    La storia della casalinga di Voghera ci racconta che in questo paese chi si rende comprensibile alle “domestiche” è spesso oggetto di scherno. A tale proposito vorrei ricordarvi il modo in cui fu accolto da alcuni il Nobel a Dario Fo… http://www.adnkronos.com/Archivio/AdnAgenzia/1997/10/09/Cultura/NOBEL-CARLO-BO-DICHIARO-LA-MIA-IGNORANZA_141000.php Non è questione di talento, è che siamo tutti un po’ vittime di questo “snobismo accademico”.

    • Ilaria Durigon permalink*
      11 marzo 2013 09:15

      Interessante la storia della Casalinga di Voghera!Mi pare un caso che mostra bene come lo snobismo si intrecci all’origine con il maschilismo…lo snobismo è un metodo per discriminare…qui può studiare allora può parlare, qui non ha studiato non ha diritto di parola. E’ chiaro l’intento politico, la volontà di silenziare intere fasce di popolazione, siano esse donne, poveri, migranti etc…il succo è sempre lo stesso…è quello che Bourdieu chiama ‘il razzismo dell’intelligenza’….razzismo appunto.

  4. sabbry permalink
    11 marzo 2013 13:03

    Bello questo dibattito sul linguaggio. Mi trovate pienamente d’accordo! e il problema per altro si pone anche a chi ha avuto accesso all’universitá.
    Il sapere accademico é cosí strutturato e quindi non basta aver frequentato le aule universitarie, aver acquisito alcuni strumenti.
    Se si vuole partecipare a certi spazi di cultura, il linguaggio usato e da usare é uno soltanto,quello accademico,pena la perdita di credibilitá ,di conseguenza il diritto di parola e pensiero.
    Addirittura in taluni spazi teoricamente orizzontali , il linguaggio diventa elemento che struttura verticalmente le posizioni dei e delle partecipanti. Se per sbaglio non si capiscono/conoscono taluni termini o citazioni, guai chiedere spiegazioni o peggio ancora di semplificare, verrá risposto di leggere questo o quello e di tornare quando si é piú preparati..e intanto il dibattito a cui si avrebbe voluto partecipare attivamente con il proprio punto di vista viene precluso..ché tu non sai, non sei … adeguata. é frustrante.

    • 21 marzo 2013 11:46

      Ho letto tutto e devo fare moltissimi complimenti a… Il Ricciocorno Schiattoso. La prima cosa che si insegna agli aspiranti scrittori è di rendersi il più possibile comprensibili, lasciando perdere paroloni altisonanti e concetti astratti che fanno tanto “cool” e “snob”, ma che valgono zero una volta che si considera l’efficacia della comunicazione.
      Leggere un brano scritto in “culturese”, oltre che suonare artefatto e finto, con il mero scopo di mostrare quanti più paroloni si conoscono, è anche incredibilmente noioso. I concetti sono affogati in una miriade di aggettivi e avverbi inutili, con abbondanti sinonimi roboanti e significanti che nascondono assai poco significato.
      Quindi sì, puntare sulla “casalinga di Voghera”, o sul “casalingo di Voghera” (ché anche i signori maschietti è giusto che puliscano casa) è la cosa migliore da fare. Complimenti per la tua trasposizione del post.
      V

  5. Valentina S. permalink
    11 aprile 2013 09:23

    Vado di fretta, spero di commentare poi quando avrò più tempo. Ora mi preme solo dire che mi pare che il libro “Lo schermo del potere” si inserisca nella corrente di pensiero post-moderna che ritiene che si possa annullare il potere delle immagini e il potere esercitato attraverso le immagini con un puro atto di volontà. Io non sono d’accordo. Il potere esercitato attraverso i media è un dato di fatto e contribuisce a riprodurre le gerarchie sociali, in particolare quelle di genere, visto che qui si parla di questo. Penso che non si possa affrontare questo discorso senza passare per le riflessioni prodotte dal femminismo radicale di scuola anglosassone, che invece viene sempre puntualmente ignorato.

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