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La biblioteca di FP – Capitolo 3

15 marzo 2013

La sessualità, un piacere colonizzato dal lavoro?

Docente di Scienze Politiche all’Università di Paris Dauphine, Irène Pereira è una ricercatrice impegnata. Femminista, anarchica, sindacalista ha affrontato il tema della prostituzione nella libreria Barricade (Barricata), a Liegi, il 22 febbraio 2011. Proponiamo qui il nucleo essenziale della riflessione che ha sviluppato in questa occasione: un punto di vista originale sulla questione del lavoro e del tempo libero. L’originale lo trovate qui, ringraziamo di cuore Maria Rossi per la traduzione.

Joe Sorren

Joe Sorren

Il problema è di sapere se dobbiamo, in quanto femministe, rivendicare la trasformazione della prostituzione in una professione legalmente riconosciuta (posizione della regolamentazione) o, al contrario, lottare per l’abolizione del sistema prostituzionale (posizione abolizionista) allo stesso modo in cui lottiamo per l’abolizione del sistema capitalista.

Esprimo la mia opinione come militante femminista che lotta per i diritti delle donne, come militante anarchica affezionata alla liberazione sessuale e come militante sindacalista rivoluzionaria che combatte contro lo sfruttamento economico dei proletari.

Ricollocare la questione nell’ambito dell’analisi sul lavoro 

Da un punto di vista sindacale, vorrei collocare la questione della prostituzione nell’ambito della riflessione sul lavoro e sul tempo libero e sulla loro trasformazione nel sistema capitalista.

La mia tesi è questa: il sistema capitalista tenta di trasformare in lavoro tutto ciò che può essere per esso fonte di profitto. In linea generale, i sistemi di oppressione tendono ad operare delle inversioni tra ciò che dovrebbe appartenere all’ambito del tempo libero e ciò che dovrebbe appartenere a quello del lavoro. Mi sembra, al contrario, importante mantenere una netta distinzione tra lavoro e tempo libero.

Che cos’è il lavoro (in senso antropologico filosofico)?

È un’attività socialmente necessaria per assicurare la sopravvivenza di una comunità sociale. Questo significa due cose: 1) il lavoro è un’attività che appartiene all’ambito della costrizione: una comunità non può trascurarlo se vuole assicurare la propria sopravvivenza; 2) in questo senso, il lavoro è la condizione economica di appartenenza al patto sociale (cittadinanza economica).

Come contropartita al proprio lavoro, l’individuo ha diritto di accedere ai beni prodotti da questa società.

Al lavoro, sempre in senso antropologico filosofico, si oppone il divertimento.

Che cos’è il divertimento?

Il divertimento designa un’attività che un individuo effettua per il proprio piacere, non costretto dalla necessità di partecipare alla sopravvivenza della società. È un’attività fine a se stessa.

Una battaglia importante del sindacalismo rivoluzionario è stata quella di far riconoscere, in seno al sistema capitalista, il fatto che il padrone non dovesse soltanto corrispondere un salario che consentisse al lavoratore di riprodurre la propria forza lavoro, ma dovesse anche garantirgli del tempo libero, cioè del tempo svincolato dalla necessità.

Ora, i sistemi di oppressione – il capitalismo, lo Stato, il patriarcato – trasformano il tempo libero in lavoro e il lavoro in tempo libero. Ecco diversi esempi, tra i quali c’ è l’attività della prostituzione.

Le faccende domestiche e l’educazione dei bambini: un esempio di trasformazione del lavoro in tempo libero

Bec Winnel, "Nancy Drew"

Bec Winnel, “Nancy Drew”

Uno dei contributi delle femministe materialiste è stato quello di aver mostrato che ci sono attività effettuate dalle donne che, in realtà, non costituiscono tempo libero, ma lavoro, anche se esse non ricevono un salario: le faccende domestiche, l’educazione dei bambini… sono attività necessarie alla sopravvivenza della collettività. Le femministe materialiste hanno anche dimostrato che c’è uno sfruttamento del lavoro della classe sessuale delle donne da parte della classe sessuale degli uomini.

In Francia, le 35 ore hanno permesso agli uomini di guadagnare tempo libero supplementare e alle donne di recuperare tempo supplementare per le faccende domestiche. È dunque una vera scommessa femminista quella di far riconoscere socialmente questo tempo come tempo di lavoro e non come tempo libero. Questo non vuol dire che si debba corrispondere un salario alle donne per queste mansioni, ma che si deve lottare per una vera condivisione del lavoro domestico tra uomini e donne.

La prostituzione: un esempio di trasformazione del tempo libero in lavoro

Una delle poste in gioco delle lotte femministe è stata ed è ancora quella di battersi perché la sessualità possa essere, per le donne, parte della sfera del piacere e non di quella della costrizione; di fare in modo che la sessualità delle donne non abbia come unico scopo il piacere degli uomini o la riproduzione della specie, ma sia finalizzata al proprio piacere.

Ora: che cos’è la prostituzione? Un’attività attraverso la quale una persona vende una prestazione sessuale per garantire la propria sussistenza.

Lottare per far riconoscere la prostituzione come lavoro, sarebbe allora:

1) Lottare per fare della sessualità non più un’attività orientata al piacere, ma un’attività di sussistenza, vale a dire appartenente alla sfera delle costrizioni.

2) Rafforzare questo movimento generale di trasformazione delle attività di lavoro in tempo libero e delle attività del tempo libero in lavoro a beneficio degli interessi di certe classi di individui contro altre.

Così, certe persone, avvalendosi di argomenti apparentemente umanitari, reclamano la fornitura di un servizio pubblico sessuale per le persone diversamente abili. La loro argomentazione consiste nell’affermare che la sessualità sia un bisogno vitale e che esisterebbe dunque un diritto alla sessualità.

Nello stesso tempo, queste persone affermano che le prostitute o le persone che dovrebbero assicurare questo servizio, lo farebbero per scelta. Ma quando gli si chiede perché non dovrebbero farlo gratuitamente, esse rispondono che in tal caso queste persone non garantirebbero questo servizio. Di fatto, esse riconoscono che le persone che assicurano un servizio sessuale pagato non lo fanno liberamente, ma per necessità.

Ora: perché il cosiddetto “diritto alla sessualità delle persone diversamente abili” sarebbe superiore al diritto ad una sessualità che sia un piacere per le persone che effettuano prestazioni sessuali?

In linea generale, mi sembra che le persone che cercano di fare della prostituzione un lavoro giuridicamente riconosciuto conducano una battaglia doppiamente sbagliata. Da una parte fanno, senza accorgersene, il gioco del capitalismo, permettendo a questo sistema economico di occupare ancora di più questo mercato (sviluppo degli Eros Center). Dall’altra parte, esse lottano per la colonizzazione, da parte del lavoro, di ambiti dell’attività umana che non rientrano nel campo del lavoro.

Questo fenomeno di trasformazione del tempo libero in lavoro e del lavoro in tempo libero è, a mio parere, una tendenza generale che nuoce all’autorealizzazione degli individui e di cui cito altri esempi:

– Lo sport professionale: il sistema capitalista, al fine di generare il massimo profitto, ha trasformato il football in attività professionale. Ci si ritrova così con dei calciatori pagati più dei medici e i valori dello sport sono molto danneggiati.

– Il volontariato: al contrario, un certo numero di attività che sono socialmente necessarie tendono a non essere più fornite dal servizio pubblico e a non costituire più un lavoro, ma ad essere affidate al volontariato e alle relative associazioni (ad esempio le opere di carità).

– L’attività: certe persone sostengono che non ci sarebbe più differenza oggi tra lavoro e tempo libero, ma esisterebbe una sola categoria: l’attività. Il sistema capitalista fa credere alle persone che, quando lavorano per realizzare un profitto, si divertono [e quindi trascorrono tempo libero]; oppure colonizza il loro tempo libero dicendo che non vi è differenza tra i due tempi (esempio: il telelavoro).

Conclusione

Il dibattito sulla prostituzione costituisce un’autentica scommessa sul tipo di società che vogliamo.

Genevive Zacconi, "Good Exposure"

Genevive Zacconi, “Good Exposure”

Piuttosto di battermi per il riconoscimento del mestiere di prostituta, io scelgo di lottare per i diritti sociali per tutti e per tutte, come il diritto all’alloggio, alla formazione, a un salario sociale nell’attuale società capitalista. Ma, in modo ancora più cruciale, io lotto perché i lavoratori si riapproprino del controllo sull’organizzazione della produzione e del lavoro al fine di determinare collettivamente le attività che rientrano nel campo del lavoro e quelle che rientrano nell’ambito del tempo libero, non in funzione della ricerca del profitto, ma dell’utilità sociale e della ricerca della realizzazione individuale.

In questo quadro, io lotto perché la sessualità diventi per tutti un piacere e non un lavoro.

Integrazione di Irène Pereira

N.B. Per questo intervento orale, mi sono basata su un testo di Marx, estratto da Il Capitale (Libro III), per distinguere la sfera del lavoro che appartiene al regno della necessità dalla sfera del tempo libero, che sarebbe disinteressato.

Bisogna tuttavia relativizzare questa distinzione, che ha in realtà senso solo in una società in cui il lavoro è alienato.

«Ne viene quindi come conseguenza che l’uomo (l’operaio) si sente libero soltanto nelle sue funzioni animali, come il mangiare, il bere, il procreare e tutt’al più ancora l’abitare una casa e il vestirsi; e invece si sente nulla più che una bestia nelle sue funzioni umane. Ciò che è animale diventa umano, e ciò che è umano diventa animale. Certamente mangiare, bere e procreare sono anche funzioni schiettamente umane. Ma in quella astrazione, che le separa dalla restante cerchia dell’attività umana e le fa diventare scopi ultimi ed unici, sono funzioni animali».

Questo significa, dunque, che in una società dove il lavoro non è più alienato, queste stesse attività si trasformano, per diventare attività più autenticamente umane. Ma, dal punto di vista antropologico, esse non costituirebbero comunque un lavoro.

3 commenti leave one →
  1. 15 marzo 2013 12:53

    Trovo questa impostazione anti-capitalistica riguardo alla prostituzione molto corretta. Si lega peraltro al dibattito che si sta svolgendo in India, dopo le proteste seguite al noto stupro di gruppo del bus. A questo proposito segnalo un magnifico articolo di Nilanjana S. Roy, scrittrice e attivista, che pone l’accento sul diritto inalienabile che ciascuno ha sul proprio corpo. La tesi è minimale, ma proprio per questo forte: per combattere la cultura dello stupro che concepisce le donne come proprietà privata, è necessario diffondere la consapevolezza che nessuno dovrebbe essere messo mai in condizioni che la/o forzino a un rapporto sessuale. Il consenso dev’essere sempre libero.

    “L’unica base possibile per il sesso è la mutua comprensione che il consenso è un processo attivo – da offrire liberamente, da dare liberamente, da togliere altrettanto liberamente”

    Per quanto sembri ovvio e banale, nella cultura pro-prostituzione questo semplice principio non è affatto chiaro.

    http://www.nytimes.com/2013/03/08/opinion/global/saying-yes-matters-as-much-as-no.html?pagewanted=all&_r=0

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  1. Prostituzione.. quale sistema? | bccida-Un disinvolto mondo di criminali
  2. Lo stupro a pagamento non è un lavoro come un altro | Massimo Lizzi

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