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Pina Nuzzo: la funzione della modella nell’arte

26 marzo 2013

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Pubblichiamo il contributo che Pina Nuzzo ha voluto dare alla “Gallery del Patriarcato”, lanciata su questo blog lo scorso otto marzo, con l’ambizione di fornire a tutte (…e tutti) coloro che oggi hanno ancora incertezze nell’identificarlo, uno strumento agile per cogliere intuitivamente e immediatamente che cosa intendiamo noi femministe quando pronunciamo “patriarcato”.

La collezione, completa di tutti i contributi che ci sono arrivati  in quest’ultimo mese dalle femministe italiane, sarà pubblicata il primo aprile su questo blog.

L’augurio è che possa aiutare le donne a riconoscere e interpretare per quello che sono, corpi, volti, situazioni e sfumature, “banali” solo nella misura in cui sono quotidiani, ma espressione ancora di oggettificazione, discriminazione, e sottomissione delle donne.

Immagini che veicolano ruoli “proposti” in teoria, ma nella pratica ancora una volta imposti, con violenza, da modelli che vedono l’uomo come unico termine di riferimento.

Funzione della modella nell’arte

di Pina Nuzzo

Per molto tempo la funzione della modella nell’arte è stata ignorata, sottovalutata. Non deve sorprendere se la parola “modella” per decenni è diventata sinonimo di “prostituta”, spesso gli artisti hanno ritenuto quasi un loro diritto possederla per meglio ritrarla. Più di un pittore dichiarava tranquillamente di usare il pennello come il proprio pene.

Degas scriveva : «l‘Arte è il vizio: non la si sposa legittimamente, la si violenta!».


Centinaia di quadri, ma soprattutto disegni e bozzetti ad uso privato, testimoniano il controllo e la sopraffazione degli artisti sulle modelle, in genere ragazze povere e senza nessuna tutela. Nell’ottocento alcune venivano prese direttamente dagli orfanotrofi.

Nominare i tanti e diversi modi con cui il genere femminile ha contribuito all’immaginario maschile nell’arte ci fa comprendere – adesso – in che misura le donne raffigurate nei secoli abbiano influito sugli stereotipi di genere. Sicuramente la donna che conosciamo oggi col nome di ‘modella’ – nella moda, nella pubblicità, nella fotografia – non corrisponde alla modella dell’arte, ma per certi versi si assomigliano perché i rischi sono sempre gli stessi quando si usa il corpo.

L’arte è stato un veicolo potente per fissare il rapporto tra i generi e non lo sono da meno strumenti come la fotografia, il cinema, internet o la televisione. Nell’800 il pittore, ai nostri giorni il fotografo o il regista, possono chiedere ad una donna, ma anche a più donne insieme, di assumere atteggiamenti, posizioni che diano corpo alle loro fantasie.

Dipingerle, riprenderle, fotografarle, significa farle esistere per uomini e per donne.

È un fatto relativamente recente nominare l’influenza dell’arte per definire meglio ‘il femminile’ e ‘il maschile’. Più raramente però si riflette su che cosa significhi in pratica per una donna artista. Partendo dal mio voler dipingere ho cominciato a guardare con più attenzione alla modella, a chiedermi chi fossero quelle donne, per quale magia giungessero intatti fino a me uno sguardo o un sorriso che riconoscevo come peculiare del soggetto rappresentato. Cosa avveniva tra l’artista e la modella per produrre un opera che mi faceva vedere contemporaneamente il soggetto e la potenza creatrice dell’artista?

Mi pareva che un artista fosse tanto più bravo quanto più capace di appropriarsi del soggetto che aveva scelto di raffigurare. Ma anche di farsi prendere. Matisse, per esempio, appartiene a questa seconda tipologia. Nel 1932 conobbe la russa Lydia Delectorskaya, di 40 anni più giovane, per lei lasciò la moglie Omelie. Lydia sostenne sempre che il rapporto tra loro era platonico, nondimeno, a sentire lo stesso Matisse, diventa per lui il tramite che gli apre le porte della pittura. Posa per ben 90 i quadri e 120 disegni. Nella pittura «si è condotti, non si conduce affatto» diceva Matisse negli ultimi anni e le sue modelle lo dimostrano.

Da qualunque prospettiva la si guardi, la modella è il tramite e comunque sempre le viene chiesto di esporre il proprio corpo allo sguardo altrui per un tempo illimitato.

Martina Corgnati nel suo libro “Artiste, dall’impressionismo al nuovo millennio” (2004 Mondadori editore) scrive:

«Le stesse “arti belle”, con i nudi e altre iconografie ricorrenti, da sempre saldamente in mano a uomini, hanno contribuito non poco ad alimentare l’ideologia e l’immagine della donna-oggetto, sessualmente disponibile, debole, nutritiva, vicina alla natura e passiva. Un’ideologia tanto forte, fino a pochi decenni fa, da condizionare non solo gli artisti, ma anche le loro rarissime colleghe e il loro pubblico, “misto” di fatto ma esclusivamente maschile nel giudizio. Alla fruitrice infatti, come all’artista, si offrivano due sole possibilità: identificarsi con lo sguardo maschile, rinunciando al proprio punto di vista, oppure con l’oggetto del desiderio, la modella, la musa, assumendo quindi una posizione in qualche misura masochista, svuotata di qualsiasi potere di formulare un’immagine autonoma.

Nell’arte del XIX secolo, e in gran parte di quella prodotta nel Novecento, non c’è erotismo che non sia creato a uso e consumo maschile; anzi, il desiderio maschile, come è noto, ha costituito uno dei più lapalissiani punti di forza dell’immaginazione pittorica e si è dimostrato la vera, impagabile energia construens di un grandioso repertorio di idee, archetipi, ossessioni.

Banale dirlo: che cosa sarebbe il lavoro di Picasso senza la ben nota relazione predatoria e idolatra nei confronti del soggetto femminile, senza l’imponente dispiegamento di desiderio e di potere sessuale che l’artista esibisce in tutta la sua opera?

Con ogni probabilità, una donna non avrebbe potuto approfittare di una libido del genere. L’immaginario femminile non ha avuto per molto tempo patria né lingua. A una donna non è stato concesso di costruire ed esprimere fantasie erotiche proprie; infatti il nudo dipinto non ha altra sessualità se non quella che l’artista, cioè il maschio, riversa su di esso: “Sono come tu mi vuoi” » .

Uscire da un’economia del desiderio già data è impresa titanica per una donna artista perché, come tutte le donne, non è prevista come soggetto in quell’ordine simbolico.

Quando il padre di Mary Cassatt seppe che la figlia desiderava trasferirsi dall’America in Europa per studiare arte, disse: “Preferirei vederti morta”. Questo è uno dei tanti esempi di un discorso più ampio sui disagi, anche molto materiali, che tante artiste hanno dovuto fronteggiare per seguire la propria inclinazione. L’opposizione della famiglia non impedì a Mary Cassatt di proseguire il suo lavoro, ma si trovò a fare i conti con la misoginia dei colleghi. In una disputa Degas affermò che non si poteva trarre un bel quadro da un brutto soggetto, sfidando Cassat a dimostrargli il contrario. L’artista raccolse la sfida e ritrasse la sua domestica, ragazza un po’ goffa e non propriamente bella (1885 La toilette del mattino). Degas fu costretto a riconoscere il valore del quadro, ammise di aver imparato qualcosa e lo acquistò.

Affinando lo sguardo di fronte a cataloghi o visitando una mostra incontreremo tante modelle e artisti come Degas, ma anche tante modelle altre e artiste come Cassatt che danno vita ad una rappresentazione in cui le donne sono titolari del proprio desiderio, nell’arte come nella vita.

In un libro femminista di tanti anni fa – che non ho più – si dava notizia di un convegno su donne e arte (del 1973 nel Winsconsin) e vi era riportato un pensiero della scrittrice Elisabeth Janeway che ho segnato.

Ogni tanto lo rileggo:

«Poiché noi donne abbiamo acconsentito che immagini false ci rappresentassero, abbiamo falsificato e sminuito noi stesse, abbiamo scelto di dividerci e di esistere in una stasi senza speranza e senza fine, incapaci di comportarci sinceramente, di essere noi stesse liberamente e gioiosamente. Che cosa possiamo fare? Dobbiamo cambiare la nostra immagine invece di limitarci semplicemente a ritrarci al suo interno e a negare che essa ci rappresenti. Io dico di più: poiché noi donne abbiamo acconsentito allo sperpero dei nostri corpi, al suo uso e al suo abuso fino alla morte, dobbiamo cambiare le regole della convivenza e trovare il nostro modo per rappresentarla». 

Pina Nuzzo

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