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Rosanna Marcodoppido: il patriarcato nella rappresentazione artistica occidentale

29 marzo 2013

Pubblichiamo il contributo che Rosanna Marcodoppido ha voluto dare alla “Gallery del Patriarcato”, lanciata su questo blog lo scorso otto marzo, con l’ambizione di fornire a tutte (…e tutti) coloro che oggi hanno ancora incertezze nell’identificarlo, uno strumento agile per cogliere intuitivamente e immediatamente che cosa intendiamo noi femministe quando pronunciamo “patriarcato”.

 La collezione, completa di tutti i contributi che ci sono arrivati in quest’ultimo mese dalle femministe italiane, sarà pubblicata il primo aprile su questo blog.

L’augurio è che possa aiutare le donne a riconoscere e interpretare per quello che sono, corpi, volti, situazioni e sfumature, “banali” solo nella misura in cui sono quotidiani, ma espressione ancora di oggettificazione, discriminazione, e sottomissione delle donne.

Immagini che veicolano ruoli “proposti” in teoria, ma nella pratica ancora una volta imposti, con violenza, da modelli che vedono l’uomo come unico termine di riferimento.

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Il patriarcato nella rappresentazione artistica occidentale

di Rosanna Marcodoppido

Gli episodi di femminicidio e violenza maschile di ogni tipo, di cui leggiamo ogni giorno, non sono un’emergenza, come qualcuno vuol far credere, ma elementi strutturali della nostra cultura che attraversano sfera privata e sfera pubblica, mondo affettivo e società.

La cultura dominante è infatti ancora oggi in gran parte quella patriarcale. Ci sono segni sparsi un po’ ovunque che veicolano i significati palesi o nascosti che si attribuiscono ai soggetti sessuati e ai fatti che li riguardano. Questi segni parlano ancora, anche se risultano sempre meno credibili, di pre-dominio maschile come dato naturale. Essi vanno perciò riconosciuti e combattuti, ovunque si annidino.

Dobbiamo imparare a dotarci di occhi capaci di decodificare questo sistema materiale e simbolico che chiamiamo patriarcato, in piedi da millenni e millenni e che ha permeato di sé tutto. Occorre portare avanti questa opera di decodifica anche nella rappresentazione artistica, che per troppo tempo è stata in mano a soli uomini: è un gesto politico che ci compete. La storia dell’arte è infatti un deposito straordinario della messa in figura di uno sguardo maschile su di sé e sul mondo.

Segnalo a tal proposito, tra i tanti, un tema iconografico ricorrente nella storia dell’arte occidentale, “Susanna e i vecchioni”, tratto da un episodio della Bibbia e su cui si sono cimentati tra gli altri Veronese, Tintoretto, Rubens. Mentre fa il bagno Susanna viene sorpresa da due vecchi laidi che per poterla possedere minacciano di riferire che l’hanno vista con un uomo. I vari dipinti la rappresentano mostrando in primo piano il suo corpo di donna in tutto il suo splendore. Anche Artemisia Gentileschi la ritrae. Anche nella sua opera Susanna è nuda, ma è soprattutto una giovane e bella donna che cerca inorridita e infastidita di nascondersi allo sguardo maschile. Artemisia è la prima donna artista a denunciare, rappresentare e rifiutare la riduzione della donna a corpo, semplice oggetto estetico e/o di piacere per l’uomo. Ricordo che il suo è il primo processo per stupro documentato, dopo che con coraggio denunciò l’uomo che l’aveva violentata.

Neanche i luoghi istituzionali del potere sono esenti da rappresentazioni esplicitamente sessiste o che rimandano ad una idea di disvalore femminile. Porto ad esempio l’aula di Montecitorio a Roma e il Palazzo d’Accursio a Bologna.

È sufficiente dotarsi di un pass per Montecitorio, una delle sedi più prestigiose della nostra democrazia, per rendersi conto di come il dibattito parlamentare avvenga da sempre, nell’indifferenza generale, sotto il fregio del pittore Sartorio che rappresenta il ratto delle Sabine. Alcune di noi, inascoltate, hanno sottolineato in passato questa insostenibile, incivile, offensiva rappresentazione del rapporto tra i sessi, in un luogo così carico di significato simbolico per la nostra convivenza civile. Se per tanti secoli la “Civiltà Romana” ha avuto come suo mito fondativo uno stupro collettivo, può ancora oggi questo costituire un fatto di cui essere, in quanto Italiani e Italiane, fieri/e e orgogliosi/e? È al contrario auspicabile che – come noi dell’Udi avevamo suggerito durante la Staffetta – si vada finalmente ad una seduta straordinaria del Parlamento italiano che rilegga correttamente il fregio di Sartorio da mito fondativo a peccato originale della nostra democrazia, un peccato originale comune a tutte le moderne democrazie occidentali, nate sull’insignificanza delle donne e dei loro saperi.

Spostiamoci a Bologna.

La Cappella Farnese in palazzo d’Accursio, sede del Consiglio Comunale, è arricchita da un ciclo di affreschi sulla vita della Vergine tra cui la Madonna col Bambino, la Pietà, l’Assunta. Oggi la Cappella è luogo di incontro e dibattito pubblico, ha ospitato anche il XV congresso dell’Udi in occasione del quale ho ammirato i dipinti e fatto ancora una volta esercizio di decodifica. Il pittore è Prospero Fontana e si fa, come è logico, interprete visivo del suo tempo. Ma oggi cosa possiamo dire? Rappresentare l’amore di una madre per il figlio maschio è cosa buona, ma non mettere in figura l’amore di una madre per la figlia femmina è sottrazione di verità alla storia e all’arte, occultamento di una parte significativa dell’esperienza umana. Il dolore di una madre per la morte del figlio crocifisso è straziante, ma, mi sono chiesta, chi ha mai rappresentato lo strazio di una madre davanti al corpo di una figlia violentata e uccisa? E l’immagine dell’Assunta che va verso un cielo dove l’aspetta un volto con la barba, un cielo pensato da uomini, mi ha fatto ricordare le parole del papa polacco che definì la Madonna figura dell’accoglienza e dell’ascolto privandola in questo modo di parola e giudizio, che come si sa sono valori ineliminabili di ogni soggettività.

Sono tutti dipinti di un passato che però sembra non passare. Oggi che il patriarcato è in sofferenza e che molte sono le donne artiste, sarebbe bello organizzare un museo virtuale, finalmente con altri simboli e altri contenuti.

2 commenti leave one →
  1. Giusi Ambrosio permalink
    7 aprile 2013 14:47

    La Lettura critica che Rosanna propone della rappresentazione artistica come rivelatrice dello sguardo maschile su di se, sul mondo e sulla immaginaria e reale relazione tra i sessi, è indubbiamente di grande stimolo alla comprensione del sistema patriarcale come insieme materiale e simbolico. Nel patriarcato che resiste anche in quanto sistema condiviso, si affacciano però anche i più grandi interrogativi sulla miseria maschile e sulla complicità femminile. Sulla rappresentazione dello sguardo maschile come non notare il divario tra la bellezza di Susanna, ideale e corporea, e la miseria di quanti solo con frode, inganno, ricatto e violenza possono tendere e avvicinarsi a quel corpo che nasconde una volontà e che potrebbe negarsi. E’ anche una lotta tra gli uomini quella che viene rappresentata e una concezione delle donne come beni preziosi e oggetti attraverso i quali gli uomini si parlano.Anche il ratto delle Sabine si colloca nella scia dello stupro collettivo come lotta tra gli uomini per il dominio di una terra, insediamento in una zona, costruzione di una nuova società, edificazione di un nuovo potere su una parte di mondo, sul mondo. Questa pratica è stata considerata ineluttabile e parte ricorrente dei riti e dei miti fondativi. In alcuni casi il mito dell’origine addirittura si fondava sull’intervento di una qualche divinità che con simulazione del proprio essere in altra forma, con persuasione sul futuro valore o con angelica annunciazione dava Origine a un nuovo essere e a un nuovo inizio mediante il corpo di una donna.

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