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Lei, per esempio

30 aprile 2013

Ovvero: piccoli esempi illustrati di situazioni quotidiane che mostrano come di femminismo ci sia (ancora) tanto bisogno

Episodio 1. Due chiacchiere con S., fumando una sigaretta sul suo balcone.

Michael Mcwillie

Michael Mcwillie

«La separazione è avvenuta oramai diversi anni fa, quando L., nostro figlio, era piccolo. Ora L. frequenta all’ultimo anno delle elementari, sono contenta perché è un bambino socievole, allegro, con una buona vita sociale. Ha fatto amicizia con diversi compagni di classe. Io sono sempre stata una giramondo e non avevo mai fatto “vita di quartiere”: i miei amici li avevo sparsi per tutta la città, per tutta Italia, a volte anche per il mondo – qualche volta mi concedevo un viaggio, la mia passione. Le persone che frequentavo me le sceglievo, senza vincoli rispetto alle gente della porta accanto – che a dire la verità nemmeno notavo. Ora invece che L. è grandicello, è diverso: lui chiama un amico a fare i compiti a casa, oppure viene invitato a casa sua… festicciole di compleanno, ritrovi a scuola, e via dicendo. È così che incontro i genitori dei suoi compagni di classe, persone che fino a pochi anni fa non credo mi sarei scelta come frequentazioni personali. E non è nemmeno così male, non sono persone cattive. Però mi sono resa conto di una cosa: che la mia separazione è vissuta da queste persone in una maniera strana, che non mi aspettavo.

Questo è un quartiere bene, ho ereditato questo appartamento dai miei genitori, ai loro tempi era un quartiere quasi periferico, ora è una bella zona residenziale di famigliole benestanti. Le altre mamme con me sono abbastanza gentili, però quando arrivano i mariti si irrigidiscono. Pensavo che fosse una mia fantasia invece purtroppo no, è proprio vero. Come se il mio essere single e ancora nel fiore degli anni costituisse per loro una minaccia. Non si fidano dei loro uomini? Di me? Ma non ho nessuna cattiva intenzione, come possono vedermi come un pericolo? Eppure. Non capisco. E poi, mi fanno quei complimenti per L.: che bambino simpatico, che bambino vitale, ma poi quando spunta un marito, un papà, diventa diverso. Una volta ho sentito una di loro che – guardando L. mentre un suo compagno veniva preso in braccio dal papà – mormorava a mezza voce: poverino. Mi ferisce che L. debba affrontare questo pregiudizio di cui forse nemmeno si rende conto, per ora. Lo sta  assorbendo? Non so. Il dolore per la separazione c’è stato, ma questo muro di perbenismo sociale che con i miei amici non sperimento né avrei mai sperimentato è un ostacolo gratuito, che sento di non avere i mezzi né per evitare né per affrontare».

Osservazioni:

Il pregiudizio contro le donne sole è molto radicato, sia tra le donne che tra gli uomini. Innanzitutto una donna sola socialmente non viene considerata in grado di pensare a sé stessa, figuriamoci a uno o più figli. La donna deve essere per natura “completata” dalla relazione stretta con un uomo, ne consegue che se in un particolare periodo non l’ha allora è incompleta. Le donne infatti nella nostra cultura non sono ontologicamente autosufficienti, in altre parole non godono di un pieno status di “essere umano”. In secondo luogo la donna single risveglia angosciose e morbose fantasie sulla sessualità femminile che, quando non controllata da un uomo, viene vista come potenzialmente insaziabile e amorale. Per inciso, da qui scaturisce anche una buona fetta della cultura che dà origine al cosiddetto “stupro educativo”. Infine,  in questo particolare momento storico-culturale la coppia uomo + donna è ritenuta essere l’unico modello autenticamente sano di famiglia. Ove questo modello unico non si imponga, una finta pietà (“poverino”) maschera il disprezzo che nasce nei soggetti che non abbiano intrapreso un percorso personale di consapevolezza, critica e autocoscienza rispetto al rapporto codificato intergenere e intragenere.

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