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Quando la donna è un oggetto virtuale

18 maggio 2013

La dialettica di Lara Croft nel post di Nicoletti

Il fatto che l’attrice americana Angelina Jolie si sia recentemente sottoposta a un intervento di doppia mastectomia preventiva è ormai di dominio pubblico. E’ stata la stessa interessata a renderlo noto al mondo tramite un articolo apparso sul New York Times, operazione volta a sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema del cancro al seno. Non è mia intenzione mettere in questione l’utilità medica di tale operazione, dato che è stata oggetto di un fervente dibattito nel corso degli ultimi giorni: che ognuno ne pensi ciò che vuole. Quello che mi interessa, invece, è fare notare come la ricezione che è stata riservata a  tale notizia sia indice di certe dinamiche ben precise, che hanno come esito da un parte la neutralizzazione del tragico e dall’altra la riduzione della donna a elemento virtuale della società.

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Entrando nello specifico, mi è capitato di sentire e leggere alcuni commenti rispetto all’operazione della Jolie che sono a dir poco agghiaccianti. Uno, in particolare, è tanto emblematico da richiedere una reazione: si tratta del post, tratto dal blog di Gianluca Nicoletti (La Stampa). Si parta dalla difficoltà, riscontrata dall’autore, di spiegare al figlio le motivazioni e la ragione di fondo per la quale “Lara Croft si è fatta tagliare via le tette” (sic!). Il discorso ruota attorno al fatto che la Jolie sia automaticamente identificata con la formosa protagonista dei due film di azione, ispirati al videogioco Tomb Rider, che ha interpretato qualche anno fa. Facendo i suoi seni prorompenti “parte del corredo di armi dell’archeologa”, Nicoletti non riuscirebbe dunque a spiegare al figlio, che come tutti i maschietti ha concentrato su Lara Croft una buona dose di libido, la necessità di una simile operazione chirurgica. Questo è quanto. Quei due film sono bastati “per identificarcela in maniera indelebile nell’immaginario di quanti non chiedevano altro che una donna vera  desse corpo al simulacro delle loro fantasie”, dunque “sarà ancora più difficile, per chi continuerà a immaginarla in quel ruolo, digerire la clamorosa dichiarazione fatta dall’attrice …”

Ciò che risulta inaccettabile non è il linguaggio da osteria (che vorrebbe essere pulp), né la pesante ironia (che vorrebbe essere cinismo) che contraddistinguono il post, quanto la constatazione, accolta in maniera acritica dall’autore, di una necessaria identificazione tra Lara Croft (personaggio) e Angelina Jolie (donna). Se, da una parte, è chiaro che Hollywood e la Jolie stessa hanno puntato su questa identificazione per staccare più biglietti e vendere un numero maggiore di action figures, è altrettanto vero che quell’articolo è stato scritto dalla Jolie (o da chi per lei) in quanto donna, una volta dismessa la maschera del personaggio. Nicoletti ha scelto di scagliare di nuovo, e con ferocia, quella maschera sul corpo della Jolie, dicendole “tu non puoi più essere considerata una donna, ormai sei Lara Croft e lo sarai per sempre”

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Una doppia operazione di amputazione viene derisa, la persona che le si è sottoposta oltraggiata in quanto “tettona da popcorn che ha perso le sue armi”. Qui si smette di considerare la donna in quanto persona, essa viene traslata nel mondo virtuale in cui nessuno ha diritti, nessuno è degno di pietà o comprensione. Non c’è nessuna critica rispetto a questa identificazione, la si da per scontata come un fatto compiuto. Un evento tragico come un’operazione chirurgica viene trattato come un argomento da gossip, utilizzando il linguaggio che contraddistingue questa contro-cultura e che punta a metterne in risalto gli aspetti grotteschi, senza che di essi venga fornita una spiegazione o, magari, una critica. Come Adorno ebbe modo di scrivere a proposito di questa dinamica: “Si ride dove non c’è niente da ridere”. A una constatazione tanto cruda, (tutte le donne sono a rischio di cancro al seno, pure quelle famose che sembrano vivere in un mondo separato e scintillante) quanto gravida di riflessioni utili sul sistema della mistificazione del reale fornita dai mezzi di comunicazione di massa, viene immediatamente affiancata una risata becera, una neutralizzazione del tragico che serve a garantire proprio quel sistema. Il significato politico di tale operazione non ha bisogno di essere ulteriormente chiarito, esso è lo stesso articolo di Nicoletti. Ammettendo la necessità della traslazione tra reale e virtuale se ne auspica la continuazione, facendo un favore a chi la utilizza per trattare le donne come un oggetto.

Riccardo Motti

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