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La maternità come destino innaturale

23 settembre 2013

“Luogo non c’è dove si gridi tanto.

Luogo non c’è dove dolore e pena

vengan sì poco come qui curati,

appunto perché qui sempre si grida.”

G. Benn, Sala delle partorienti

 

Alcuni spunti di riflessione a partire da Segreta Penelope di Alicia Gimenez Bartlett

Tante cose possiamo fare con il nostro corpo. La natura ci offre mille possibilità di azione, azioni, cioè, che ci sono biologicamente possibili. Alcune cose sentiamo che fanno parte di noi, della nostra natura. Ci piacciono e vogliamo farle. Altre mille, non ci appartengono, non le desideriamo, non vogliamo farle. Se pure appartengono alla nostra ‘biologia’, nondimeno per noi sono innaturali, nel senso che non appartengono alla nostra natura.

Paula Modersohn Becker, Reclining Mother And Child

Paula Modersohn Becker, Reclining Mother And Child

La maternità è una delle possibilità inscritte nel nostro corpo di donne. Non per questo però tutte le donne desiderano e vogliono essere madri: per molte è qualcosa di innaturale, in quanto contrario alla loro natura. La ‘natura’ è qualcosa di molto più plurale di quanto comunemente si pensi. Essa ha mille sfaccettature, mille volti, tanti quanti sono i volti di chi abita la terra.

C’è però, intorno a noi, tutta una narrazione che racconta una storia diversa: quella dell’istinto materno, della maternità come apice della vita di una donna, come momento supremo in cui una donna non solo realizza se stessa ma si realizza ‘in quanto donna’. Pare che, in quanto biologicamente possibile, debba essere, per forza, anche voluto e desiderato, come se la biologia segnasse inestricabilmente ciò che siamo, quello che vogliamo. Ma biologia e natura non coincidono, sono cose diverse. La natura ha in sé il segno della pluralità.

Raramente capita di leggere qualcosa che vada contro il discorso totalizzante e omologante sulla maternità. Mi è capitato pochi giorni fa con il nuovo romanzo di Alicia Gimenez Bartlett, Segreta Penelope, un libro in cui la naturalità della maternità viene messa in discussione attraverso la storia del suicidio di Sara, una donna il cui essere madre contrasta con la sua piu’ intima natura.

Come tante donne, anche Sara, si adatta al destino di essere madre per adeguarsi ad una precisa idea di normalità: quella tipicamente borghese che vede la realizzazione della donna, il suo destino naturale, nell’essere madre, destino che si compie all’interno della famiglia, altare su cui sacrificare ogni parte di sé che non si adatti a quel modello sociale.

Sara era giunta a credere che la formula ‘saper vivere’ alludesse alla capacità di maneggiare tutto l’armamentario fasullo della socialità e della maternità. Invidiava le donne che salivano sul podio della gloria materna con una medaglia d’oro sul petto. La vita per lei era un’Olimpiade della maternità. Sono sicura che se non  avesse avuto figli, avrebbe trovato la libertà necessaria per abbandonarsi ad una decadenza progressiva e costante, fino a raggiungere quella che viene definita, pedantemente, autodistruzione. Alcool, droga, eccessi di ogni genere, sesso sfrenato…e invece no, quella maledetta bambina le aveva imposto la sopportazione, fino al suicidio. Immagino si tratti di un fenomeno comune: tante donne che, lasciate a se stesse, seguirebbero il loro cammino fino all’inferno, si piegano a un inferno altrui per non danneggiare i propri figli. Scelgono la morte in vita e il suicidio a rate, quando potrebbero autoimmolarsi in modo lento e piacevole, creativo. Invece di finire con il fegato allegramente maciullato dalla cirrosi, dopo aver seguito le libere pulsioni del loro ego, finiscono per piegarsi alle regole altrui e vivere un’esistenza miserabile di sacrificio e depressione, fino al momento in cui si ammazzano senza particolare gloria.” A. Gimenez Bartlett, Segreta Penelope, pp. 140-141.

4 commenti leave one →
  1. 23 settembre 2013 10:34

    Prima di commentare, devo dirvi che io sono madre e lo sono per scelta. Premesso questo, il mio pensiero è che la donna è fatta per essere madre (intesa come colei che mette al mondo un figlio) e che questo è del tutto naturale. Fondamentalmente noi siamo degli animali evoluti e tutti gli animali si riproducono. Riconosco anche che ci sono donne che non sono adatte a fare le madri, psicologicamente ed emotivamente: queste donne sarebbe meglio che non avessero figli. Ma quello che non mi piace per niente è il motivo per cui queste donne sarebbe meglio non avessero figli. In questo mondo “moderno ed evoluto” tutte le aspettative che si riversano su una futura madre o su una madre sono a dir poco oppressive: devi allattare al seno che fa bene, non devi mangiare questo e quello che fanno male, non devi arrabbiarti se urla, devi dedicarti al bambino ogni ora del giorno e della notte perché sei sua madre, sei un’incosciente se lo porti al nido, devi sempre tenerlo pulito e sterilizzato se no si ammala….. e via dicendo. E mi chiedo: PERCHE’? Perché devo allattare al seno se mi provoca un dolore bestiale ? I bambini crescono benissimo anche con il latte artificiale. Perché non posso mangiare quello che mi piace solo perché poi il mio latte sa di cattivo ? E chissenefrega, il suo gusto imparerà prima a distinguere i sapori. Perché non posso arrabbiarmi se urla ? Mi arrabbio eccome, faccio una bella sfuriata e poi sono molto più tranquilla di prima. Perché devo dedicarmi totalmente a lui ? Non esiste, c’è lui ma ci sono anch’io, con le mie esigenze che a volte vengono prima delle sue. Perché non devo portarlo al nido ? Certo che ce lo porto e poi torno a lavorare contenta perché una mamma soddisfatta è una mamma migliore. Perché deve sempre essere lindo e pulito ? Di nuovo, chissenefrega se si rotola nella sabbia con i suoi amici, lui/lei è più contento e dopo basta un bel tuffo nella vasca.
    Perché, alla fine, devo essere quella che non sono ? Io credo che il rifiuto della maternità (conscio od inconscio che sia) nasca proprio dal fatto che una donna si senta investita non tanto dalla responsabilità di diventare madre, ma da tutto quello che il fatto di diventare madre accompagna.
    Se, diciamo così, tutti la prendessimo con filosofia, allora io credo che ci sarebbero molte più madri felici e soddisfatte al mondo. D’altronde, mettere al mondo dei figli è una cosa naturale e come tale dovrebbe essere vissuta: come una cosa naturale, semplice, senza pensare al dopo con paura. Quello che verrà, verrà. So che sembra un pensiero semplicistico, ma io sono fermamente ed intimamente convinta che, se tutti prendessimo le cose con un po’ più di leggerezza, la vita sarebbe più facile. Concludo qui il discorso perché sarebbe facile andare avanti a scrivere su questo argomento per ore. Elena

  2. 23 settembre 2013 14:23

    In quanto umana, la natura della donna è quella di esercitare il libero arbitrio, ovvero ciò che ci distingue dagli animali. Tutto il resto è ideologia.
    Bellissimo questo libro di Alicia Gimenez Bartlett, lo consiglio a tutte.

  3. Carolina permalink
    25 settembre 2013 13:13

    Posto il mio commento su suggerimento di un’amica che fa parte del vostro staff e che mi ha mandato una mail con linkato questo articolo che, a parere suo, avrei potuto trovare interessante. Le ho risposto come di seguito, rimandando ad un aperitivo l’approfondimento di quello che volevo esprimere in poche righe.
    Ho 28 anni e sono incinta di 33 settimane di una bambina intimamente desiderata ma non “cercata”.

    “Sì, interessante… immagino che sia vero, non per tutte la maternità è naturale, ma credo anche che la creatività di una donna si esprima al massimo nella gravidanza, creatività intesa come capacità di creare.
    Però io parlo di gravidanza, che è un processo fisiologico e naturale, la maternità è un’altra cosa..
    La pressione e l’attenzione sociali (e anche la disattenzione per le particolarità delle condizioni in cui la donna si trova in queste due circostanze) vestono un ruolo decisivo nella percezione delle due cose, principalmente per il fatto che appunto non sono prese una per una.
    La madre (quella che crea e nutre) è naturalmente capace di mettere al mondo e di allattare, (fatto salvo ovviamente a specifiche eccezioni di incapacità fisica patologica) la mamma (quella che accoglie) è una figura di ruolo, e in quanto figura di ruolo può essere considerata non naturale, sempre però non tenendo conto delle attitudini naturali individuali del quale invece questo articolo mi pare parli.”

  4. 6 novembre 2013 09:11

    Mi viene da dire solo “e infatti”. Il non volerla esercitare, l’opzione procreativa, e’ l’ultimo tabu’ inaccettato. E la mia impressione e’ che sia dovuto a un misto di concause, non ultima la valenza molto simbolica e forte della madre come concetto. Non c’e’ bisogno di essere tutte d’accordo su cos’e’ la maternita’ per accettare di fare il passo indietro e rispettare che nel perimetro della natura altrui non ci sia spazio per essere madre. Invece e’ costante, inveterato, il bisogno di cercare scuse, motivazioni, offrire sussiegose esortazioni. Si trattano le donne che non vogliono riprodursi come volessero suicidarsi, si spiega loro come e perche’ e’ meglio agire diversamente, come non potessero in piena consapevolezza del loro piu’ profondo essere, essere donne e non madri, nemmeno in potenza, ne’ ora ne’ mai.

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