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Benvenute a Paestum

7 ottobre 2013

Pubblichiamo qui il testo che abbiamo preparato per dare il benvenuto e dare inizio, sabato mattina 5 ottobre, alla prima assemblea plenaria di Paestum 2013 – Libera ergo sum

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Benvenute a Paestum!

Abbiamo messo in primo piano quelle che abbiamo definito le condizioni materiali di vita.

La riflessione su di esse mostra come la dimensione economica sia il punto focale attorno al quale si è strutturata la politica del nostro tempo, intorno al quale essa ha trovato le sue parole, i suoi simboli, i suoi spazi e anche i suoi tempi. Solo una trasformazione su questo piano permette una rivoluzione del sistema di pensiero, sistema culturale e sociale. È a partire da qui quindi che bisogna agire.

In questo sistema da scardinare, è la precaria l’elemento “debole”. E precario non è solo chi ha un lavoro a scadenza, ma anche la disoccupata o la pensionata che non arriva a fine mese. Precarietà non è una definizione “contrattuale”, ma designa una qualità dell’esistenza: un’esistenza senz’aria, soffocata dal “necessario”, esistenza senza libertà.

La debolezza del precario ha però un doppio volto: il non essere perfettamente inserito all’interno del sistema economico, uno stare dentro e fuori, un’inclusione che è insieme esclusione, soggetto e scarto che fa sì che la precarietà sia anche condizione di radicale messa in discussione del sistema stesso. L’elemento debole, la sua ‘instabilità’, è infatti anche rottura del sistema: è insieme l’elemento debole del sistema e anche il suo punto debole, quello su cui agire per produrre il cambiamento.

Come fare se non immaginando nuove pratiche di relazione fondate su principi diversi dal mero calcolo insito nella logica del profitto?

Sappiamo che queste trasformazioni non possono che provenire da noi, non possono cioè essere oggetto di delega, delega a quel sistema che si vorrebbe cambiare. Forme nuove di autogoverno, reti di relazioni capaci di trasformare la precarietà nella stabilità dei nodi dei loro intrecci. Abbiamo saputo creare istituzioni nuove, al di là di quelle statali, istituzioni durature: le librerie, le case delle donne, i centri, ponendo al centro quelle che erano le nostre pratiche, il nostro pensiero, una cultura nuova e nostra. La creatività politica è insita nel nostro essere femministe; ora dobbiamo riversarla nell’immaginare nuove pratiche di relazioni lavorative, anche qui, con le nostre parole e i nostri pensieri, le nostre braccia, i nostri corpi.

Non possiamo attendere oltre. Dobbiamo farlo a cominciare da ora, ma soprattutto a partire da sé.

Un esempio di queste nuove pratiche di relazioni economiche sono le iniziative nate con questo appuntamento nazionale, iniziative che sono andate nella direzione di nominare questa condizione di illibertà, di riconoscerla in quanto tale e di provare a porvi un rimedio almeno parziale. Queste iniziative sono state partecipate non solo da donne giovani, ma da donne di tutte le età. Paestum è stata anche l’occasione per riflettere su questo: all’inizio – nello sforzo di trasparenza nei confronti sia delle donatrici che delle richiedenti, ma di tutte – avevamo ipotizzato di destinare le risorse del Fondo solo alle “giovani precarie”. Ma poi abbiamo riflettuto e abbiamo capito che la condizione a cui questo sistema economico e politico ci costringe non è la condizione di una generazione ma è invece generale – e, come sempre è avvenuto e ancora avviene, sono le donne a pagare il conto più salato, in termini economici, sociali e in definitiva di vita vissuta. Per questo il Fondo Paestum 2013 – Economia delle relazioni tra donne è stata una risorsa comune disponibile a tutte le donne che ne hanno richiesta (così come l’alloggio gratuito nella palestra comunale di Capaccio, e in ultimo la bacheca autogestita sul blog di Paestum per condividere l’alloggio e le spese di viaggio). Anche così affermiamo che se la “precarietà esistenziale” crea un conflitto, questo non è un conflitto tra generazioni, anche se la generazione più giovane è quella colpita in modo più sistematico. Possono sembrare piccole iniziative organizzative ma come diceva Alessandra della Libreria delle Donne di Bologna, il Fondo non ha niente di piccolo, è invece una concreta esperienza di autogoverno.

La presa di responsabilità da parte di donne più giovani in questo incontro nazionale va dunque intesa nel segno della responsabilità individuale, e non della contrapposizione. Nel segno della sorellanza e non della rottamazione.

Certo – ce lo ricordava un’amica di un’altra generazione, in questi mesi di preparazione all’incontro – non si tratta di essere tutte pari. Esistono tra noi delle disparità, che non devono spaventare, offendere né insuperbire nessuna, perché non sono disparità a senso unico, di una generazione rispetto all’altra, ma invece disparità dovute a esperienze di vita diverse, disparità circostanziate e circolanti. In questo riconoscimento reciproco c’è la base della autonomia del pensiero del movimento delle donne, da qui partiamo per parlarci e anche per scontrarci, perché un movimento si parla, prende strade differenti ma non smette di essere in relazione. In questo abbiamo tutte da imparare e da insegnare contemporaneamente – in una parola, siamo qui per parlarci.

One Comment leave one →
  1. 7 ottobre 2013 20:37

    Quali sono queste ‘nuove pratiche di relazione’ ragazze? Ne avete trovate? Ne avete discusso? Nel gruppo ‘Autocoscienza’ ci abbiamo provato e qualcosa é stato affrontato ma è stato solo un accenno.. ci vuole molto molto di più! Un atteggiamento diverso verso se stesse e le altre forse.. O forse per voi la pratica significa solo il ‘fare’ qualcosa e non il discutere sul ‘come’ si fa quel qualcosa? Queste mie domande non vogliono togliervi il merito di un’organizzazione che devo dire essere stata eccellente (a livello pratico) ma mettere in discussione la turbolenza emotiva che é passata nei volti piuttosto che nelle parole.. Ciò che ho colto in generale é stata tristezza velata, provocazioni che solo chi ne era oggetto poteva cogliere.. Mi piacerebbe che si parlasse anche di queste difficoltà (o sono solo frutto della mia immaginazione?) perché anche la ‘modalità’ é pratica politica.

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