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Maggioranza oppressa

18 febbraio 2014

“I can’t take this feminist society anymore”

Come sarebbe se donne e uomini si vedessero scambiati i ruoli? Come sarebbe se un uomo dovesse affrontare il mondo come lo affrontano ogni giorno le donne? Per capirlo bastano i dieci minuti del corto Majorité Opprimée della regista Eléonore Pourriat  in cui viene rappresentata una società in cui sono le donne a essere a capo del sistema di dominio materiale e simbolico.

Vediamo quindi una giornata tipo di un uomo, di un padre di famiglia, che porta a scuola il figlio e affronta tutti “i pericoli” della città in cui vive:  “apprezzamenti” sessuali non richiesti, commenti sessisti, un’aggressione verbale che si trasforma in violenza e, con essa, il penoso percorso della denuncia a forze dell’ordine insensibili e le discussioni con la moglie, che sembra non comprendere la sofferenza, il dolore e il peso della violenza subita.

Lo scambio dei ruoli e il posizionamento dell’uomo nella parte “del più debole” è una mossa efficacissima che rende ancora più spietato il ritratto della società in cui viviamo.  La regista, proponendo questa società fittizia che rappresenta il  parallelo inverso di quella reale,  costringe lo spettatore (e la spettatrice) a interrogarsi sui ruoli di genere, sulla parità di genere e sulla vuotezza di tale definizione calata in un contesto materiale e simbolico ancora fortemente sessista.

4 commenti leave one →
  1. 18 febbraio 2014 22:56

    L’ha ribloggato su Elena.

  2. Marie Therese Taylor permalink
    19 febbraio 2014 12:47

    Buongiorno a tutte! A chi vuole approfondire la riflessione eterna sul rapporto uomo – donna propongo il mio e-book “Noi ancora una volta”. Qui potete scaricare un estratto gratuito http://www.scrittorevincente.com/noi-ancora-una-volta/.

  3. 19 febbraio 2014 21:50

    Il video è 1. efficace, 2. discutibile.

    1. Sull’efficacia. Il gioco di scambiare i ruoli di genere è presente fin dall’inizio del cinema, ad opera prima fra tutte della geniale Alice Guy, come avevamo già segnalato qui. Scambiare i ruoli fa aprire gli occhi, poiché mostra come atteggiamenti compiuti da un uomo verso una donna ci sembrino “naturali”, scontati, perfino giusti, mentre una volta che siano compiuti da una donna verso un uomo ci appaiono in tutta la loro ingiustizia e violenza. Quindi bene: scambiando i ruoli di genere in un prodotto di così facile fruizione come un cortometraggio si può arrivare a porre come minimo il seme del dubbio nella mente di molte persone.

    2. Sul fatto che sia discutibile. Anche al netto delle accuse di razzismo del Guardian che segnala Mi Cal su facebook, la cosa che personalmente mi colpisce di più è l’uso mistificato della parola “femminismo”. Come tu citi in exergo, l’uomo, dopo aver subito violenze simboliche e fisiche, afferma “Non ne posso più di questa società femminista”. Come se il femminismo fosse un sistema speculare al maschilismo, che ambisse a sostituire un sistema di dominio uomini-su-donne con un sistema di dominio donne-su-uomini. Questo mi ha fatto venire in mente un episodio a cui ho assistito di recente a Milano: all’entrata di una grande negozio di Abercrombie c’era un ragazzo giovane, un modello, completamente vestito con abiti di quella marca, ma nudo dalla cintola in su. Perfettamente pettinato, sorridente, bello come un dio (un dio finto) era pagato non per stare alla cassa, servire i clienti o nessuna delle altre funzioni essenziali in un negozio, bensì per prestarsi a fare foto con ragazze e ragazzine (un esempio qui o qui). A tutti gli effetti il ragazzo era pagato per noleggiare (prostituire) il suo corpo come un’attrazione, e dunque un incitamento all’acquisto. Scherzando, le persone che erano con me mi hanno detto: “Sarai contenta, tu che sei femminista!”. Ora, ovvio che era uno scherzo. Ovvio che non pensavano che davvero io potessi essere felice di uno spettacolo simile. Però è scivolata in loro – e si è manifestata in quella frase istintiva che mi rivolgevano – l’idea di un femminismo rancoroso, vendicativo. L’ambizione a un dominio speculare a quello subìto, che questo video non aiuta a smontare – appunto per quanto male viene utilizzata la parola “femminismo”.

  4. 23 febbraio 2014 15:15

    Io ho colto la frase che ho inserito in exergo come molto ironica e ho colto l’uso della parola “femminismo” in questo contesto come altrettanto ironica. Mi ha fatto ridere perchè è un gioco per assurdo. Mi pare evidente che quella rappresentata non è una società femminista (e mi pare sia estremamente chiaro anche per lo spettatore). Mi pare che lo scopo del corto sia proprio quello di mostrare la natura della società patriarcale che si basa in primis sulla prevalenza di un genere su un altro. La società femminile rappresentata dalla regista è profondamente patriarcale perché riprende le stesse modalità di affermazione di superiorità, egemonia e controllo di un genere sull’altro.
    Stesso discorso rispetto alle accuse di razzismo che mi sembrano solo un modo per sviare la discussione del messaggio centrale del corto che a mio avviso è estremamente effiace. E’ razzista per quale motivo? Perchè mostra un uomo presumibilmente musulmano che subisce un controllo molto forte da parte della consorte? Perchè nella realtà non esistono casi di questo genere? O siamo ancora all’obiezione multiculturalista che gli strumenti patriarcali di sottomissione degli uomini contro le donne nelle culture altre da quella europea non si possono giudicare perché fanno parte della loro tradizione?

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