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L’amore delle donne per il superfluo

24 febbraio 2014

Ora che non sono più due occhi di carne a vedere la leggiadria del principe è puro soprammercato,

è la gioia della sovrabbondanza, promessa a chi ricercò per primo il regno dei cieli

Cristina Campo

A partire da Sovrane di Annarosa Buttarelli

Tamara De Lempicka, Portrait de Ira (1923)

Tamara De Lempicka, Portrait de Ira (1923)

Che il capitalismo sia un’ideologia fallimentare nella regolamentazione dei rapporti economico-sociali è cosa di cui molti si stanno accorgendo. Esso presuppone una crescita infinita, risorse illimitate e consumi in costante aumento. È evidente come ciò non sia sostenibile se non per un arco di tempo limitato. Si rende quindi sempre più urgente comprendere quale sia la via per portarci oltre il capitalismo, prima che sia troppo tardi. Le risposte date finora agiscono partendo da assunti derivati dall’opposizione alle logiche che governano l’ideologia capitalista. Se essa presuppone la crescita, si propone, di contro, la logica della decrescita. Se il capitalismo mira a produrre anche l’inutile, ci si focalizza invece sulla limitazione a ciò che è utile. Se il capitalismo agisce nel mercato, la soluzione sarà decostruire il mercato. Sembra quindi che non riusciamo ad uscire davvero dal “pensiero” capitalista, ne rimaniamo in qualche modo invischiati seppure ponendoci come “antagonisti”. È davvero da qui che è possibile produrre un’inversione di rotta? Il pensiero oppositivo è davvero creativo?

Nel libro di Annarosa Buttarelli (di cui abbiamo parlato anche qui e qui), la fine del capitalismo è pensata e creata muovendo da tutt’altra prospettiva.

Per poter produrre un’alternativa al capitalismo è importante coglierne i presupposti, comprendere dove esso tragga la propria forza, la spinta a perpetrarsi. Il capitalismo è un’ideologia che agisce all’interno dell’ambito economico determinandone lo sviluppo e il senso. Ma cos’è l’economia? L’economia è un modo di governo, un modo cioè dell’ordine che ha per oggetto specifico l’oikos. Questo modo dell’ordine può variare a seconda del pensiero che lo guida che può essere capitalismo ma anche altro. Presa di per se stessa, l’economia non racchiude il germe del capitalismo. Esso non è un suo destino inevitabile. L’economia non è indissolubilmente legata al capitalismo. Il capitalismo più che dall’oikos, più che dall’economia, trae la sua forza e il suo fine dall’ambito teologico. Almeno così sostiene Elettra Stimilli, secondo la quale il capitalismo nasce quando lo sviluppo economico si inscrive all’interno del paradigma teologico dell’illimitatezza che deriva dalla constatazione dell’inestinguibilità del debito verso dio. Il tentativo di compensazione del debito diventa un tentativo infinito, atto compulsivo fine a se stesso.

Il paradigma dell’illimitato, dell’inestinguibile cosa comporta nell’ambito economico? Esso porta con sé una spinta compulsiva al consumo, tentativo fallimentare di compensare ciò che non è compensabile. Il consumo compulsivo, motore del capitalismo, ha delle caratteristiche specifiche, una che ha a che fare con il fine, l’altra con l’oggetto. In primo luogo, tale consumo non porta mai alla soddisfazione dei bisogni, quanto piuttosto alla reiterazione dell'”insoddisfabilità”. In secondo luogo, al consumo compulsivo si accompagna una produzione focalizzata sulla quantità e non sulla qualità. Se consumo per consumare poco importa cosa consumo, la qualità dell’oggetto. Da qui lo scadere della qualità dei beni a vantaggio della produzione di beni che durano poco, che si consumano in fretta. Se il senso non è la soddisfazione di un bisogno ma il consumo in sé, meno dura un prodotto meglio è.

Per mettere in crisi questa (teo)logica, occorre spostare il focus dalla quantità alla qualità. Il problema non è la produzione in sé, ma cosa si produce e perché. Il focus sulla qualità permette non solo di porre un freno alla compulsività del consumo capitalistico ma anche di mettere in crisi l’utilitarismo che lo governa. Se infatti il consumo è compulsivo, la produzione è utilitaristica. Si consuma compulsivamente ciò che viene reputato utile e funzionale.

La produzione capitalistica si sviluppa sulla dicotomia utile-inutile, ovvero a partire da una logica meramente funzionale che si gioca tutta su una falsa idea di efficienza. Ciò che viene prodotto, con scarsa qualità e in grande quantità, è ciò che viene reputato ‘utile’.

Alla dicotomia utile-inutile, è necessario opporre, seguendo Buttarelli, quella dicotomia che muovendosi tra essenziale e superfluo pone il suo fulcro sul paradigma della “qualità”. È a partire da qui che il capitalismo può essere superato. Il superfluo, il lussuoso rappresenta una «deviazione della norma, uno scarto, uno spostamento; è il nome di tutto ciò che esce dalla sua solita collocazione funzionale, un’eccedenza, un non-utile» (A. Buttarelli, Sovrane, p. 139). Lo spostamento prodotto dal superfluo mina alla base la spinta compulsiva al “consumo utile” perché rappresenta una rottura della logica che lo sostiene. Nell’amore per il superfluo, amore secondo l’autrice tipicamente femminile, si genera una nuova economia, l’economia di soprammercato, un’economia profondamente anticapitalista: alla quantità preferisce la qualità, all’utilità, l’idea di un superfluo che si avvicina di più alla vita, ai suoi bisogni, alla sua bellezza.

3 commenti leave one →
  1. Rita Neri permalink
    24 febbraio 2014 13:42

    Innanzitutto restare impigliati nel gioco oppositivo per superare l’opposizione è un’affermazione che si commenta da sé.
    Che il capitalismo sia privo di qualità è una valutazione quanto meno irrealistica. Se poi si pensa che opporre sovranità al potere sia uscire dalle dicotomie, qui si raggiunge l’apice della rinuncia a pensare: sovranità e potere sono la stessa cosa, due modi di esercitare il dominio. Non ci siamo, bisognerà cercare altrove se si vuole presentare qualcosa di sensato su cui riflettere.
    Attribuire alla donne l’amore per il superfluo è operazione sessista oltre che falsa. L’amore per la bellezza, forse volevate dire, ma non è vero nemmeno questo essendo tale amore prerogativa di anime di un sesso e dell’altro. La strada è ancora lunghissima, non per tutte fortunatamente, per chi sostiene tutto quanto sostenete in questo articolo è stata appena cominciata e, come capita, si brancola nel buio. Auguri.

  2. paolam permalink
    13 marzo 2014 01:00

    Molto suggestivo. Ma il capitalismo, prima di essere un’ideologia, è un sistema economico. Il suo funzionamento, con i suoi difetti, è stato già studiato e criticato nel secolo XIX. Le alternative pratiche che si è cercato di realizzare nel XX secolo sono fallite. Il che non significa che il capitalismo sia il sistema economico “più meglio” possibile. Tutt’altro. Spremiamoci le meningi per cercare altro. Anche a partire dalle donne. Invece, qualità/quantità mi sembra un’opposizione praticatissima anche dal sistema capitalistico, in particolare nelle fasi di crisi: si produce poco prodotto di alta qualità per fasce ristrette di reddito alto (cioè di ricchi/e) e molto prodotto di infima qualità per fasce ampie (cioè di poveri/e).

    • Ilaria Durigon permalink*
      14 marzo 2014 16:23

      Cara Paola, concordo con te sul fatto che l’amore per il superfluo non sia ‘la’ soluzione contro il capitalismo. Ciò detto ritengo che non esista ‘una’ soluzione, ma tanti comportamenti diversi che possono essere visti come anti-capitalisti e che forse, come ben spiega Buttarelli, l’amore per il superfluo come ciò che si oppone all’utile e al funzionale possa rappresentare uno di questi. Una delle tante strade da percorrere per andare oltre. Non dico che in ciò risieda una verità assoluta, ma mi è piaciuta molto come suggestione che secondo me contiene delle intuizioni importanti. Sulla dicotomia qualità-quantità, non sono d’accordo con te. E’ vero che i ricchi comprano cose di qualità, ma non è certo su questo che si è sviluppato il capitalismo. Si tratta piuttosto di una piccola parte del mercato. Mi pare evidente che lo sviluppo del capitalismo si sia fondato sulla produzione di merci sempre più deperibili. Penso ad esempio alla logica dell’ obsolescenza programmata con cui oggi si producono macchine, elettrodomestici etc..

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