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La mia banca è differente?

5 aprile 2014

Sull’incontro “Donne che sostengono la libertà delle donne” tenutosi  il 29 marzo presso la Casa delle donne di Milano

 

Money, money, money must be funny 

in the rich man’s world

(Abba)

Peter Ferguson, "Mean Mary Borstal"

Peter Ferguson, “Mean Mary Borstal”

 

Premessa: Ogni volta che partecipiamo ad un incontro politico, noi di FP siamo abituate a farne un piccolo report. Ciò rappresenta per noi un modo importante per coinvolegere e per far conoscere a coloro che non hanno potuto partecipare ciò che si è detto, se e quali passi avanti si sono fatti. Il senso di questi report non è meramente ricostruttivo, ma partecipativo.

Vorremo riportare le nostre impressioni anche sull’incontro del 29 marzo tenutosi alla Casa delle Donne di Milano. L’incontro, che ha visto la partecipazione di una trentina di donne, rappresentava il seguito di una prima riunione tenutasi a Bologna, a sua volta frutto dell’esperienza del fondo Paestum 2013, che aveva svolto la funzione di agevolare la solidarietà tra donne interessate a partecipare all’incontro.
Le problematiche che sono state poste ruotavano tutte intorno alla possibilità di trovare delle pratiche capaci di rispondere ad alcune esigenze economiche collegate al femminismo, alla sua storia, al lavoro e alla dedizione delle donne nei confronti del movimento: come salvare gli archivi in cui è raccolta la nostra storia, archivi ormai senza più sostegno pubblico? È possibile attivare delle forme di mutualismo e solidarietà in grado di sostenere quelle donne che hanno donato tutto il loro tempo e le energie al movimento? Come reperire delle risorse per sostenere le Case delle Donne e in generale le associazioni che, sul territorio, lavorano per le donne e con le donne?
Nel corso dell’incontro si sono individuate tre possibili risposte/soluzioni. Ciascuna di esse rimanda ad un certo modo di intendere la politica e le sue pratiche. Non possiamo dimenticare che tutto ciò che è economico è anche, in primo luogo, politico.

La prima proposta rimanda all’esperienza del mutualismo e della cooperazione proprie della storia del movimento operaio. Si tratterebbe di valutare quanto e cosa di quelle esperienze possa essere riattualizzato, dando seguito ad una tradizione che si fonda sulla cooperazione più che sulla gerarchia. Si tratta in generale di individuare delle modalità di sostegno reciproco che si sviluppano a partire da una rete di relazioni tra persone guidate da principi e interessi comuni. Sistemi quindi di autoorganizzazione non gerarchiche ma reticolari.
La seconda proposta riguarda invece la possibilità di accedere ai finanziamenti che l’Unione Europea mette a disposizione per le associazioni. Importante, in questa prospettiva, sarebbe, a nostro avviso, la capacità delle varie associazioni e realtà politiche di mettersi in rete e lavorare a questo progetto comune. D’altra parte, si sa, questi finanziamenti, privilegiano realtà complesse che coinvolgono più persone, relazioni nazionali ma anche internazionali.
Se la prima proposta è quella più radicale, anche la seconda non confligge con la storia del movimento, che si fonda sulle relazioni tra donne e non esclude il rapporto con le istituzioni.
La terza proposta ci ha invece lasciate, negativamente, di stucco. In sostanza, si tratterebbe della costituzione di una specie di ‘banca’ capace, grazie al gap tra interessi attivi (ad un tasso più vantaggioso rispetto alle banche normali) dei fondi lasciati in deposito e gli interessi passivi, dei soldi dati a credito, di costituire un fondo di mutualità. Facciamo un esempio concreto per spiegare bene il funzionamento della proposta.
La Sig.ra Anna dispone di 100.000 euro e decide di versarli nella banca neo-costituita, decisione fondata sui maggiori interessi che la suddetta banca è capace di garantire (non il 2% ma ben il 3%!). Questi soldi verranno reimpiegati per finanziare il microcredito a donne dell’India, del Messico etc ad un tasso del 5%. La differenza, ovvero il 2% verrebbe a costituire il fondo di mutualità a sostegno delle donne italiane in difficoltà, finanziato quindi con i soldi ottenuti dai crediti concessi. Quindi, sintetizzando, le donne ricche, che hanno soldi da investire, diventerebbero più ricche (il 3% ), e le donne povere, che chiedono prestiti in quanto non hanno disponibilità proprie, finanziano con l’interesse il fondo della mutualità. Oltre alla chiara deriva neocolonialista prodotta dal trasferimento di risorse dai paesi più poveri a quelli più ricchi, è chiaro che questo progetto si inscrive pienamente all’interno delle dinamiche proprie del capitalismo finanziario che è alla base dell’attuale crisi e che, quindi, è causa della situazione di difficoltà di molte donne, del calo dei finanziamenti alle associazioni, insomma che agisce, modificandole, le condizioni materiali di vita delle donne e delle loro istituzioni. Si vorrebbe quindi risolvere la situazione con gli strumenti che l’hanno provocata. Ma soprattutto: cosa ha a che fare tutto ciò con il femminismo? ‘Finanziarizzare’ la relazione tra donne non è una contraddizione aperta con le nostre pratiche?
È vero che ci sono tanti femminismi e questo è un dato davvero positivo che mostra come il movimento delle donne sia una realtà ricca e libera, un unicum sul piano dei movimenti politici. D’altra parte ogni movimento, pur con le differenze grandi che ci possono essere tra le sue anime, ha la sua ‘radice’: è come una pianta dai mille rami ciascuno dei quali guarda e si protende in direzioni opposte, intersecandosi e scontrandosi, ma tutti hanno un punto di origine comune: rinnegarlo vuol dire porsi fuori dal movimento, o anche, minarne le basi. Sappiamo che la radice del femminismo sta nell’opposizione al patriarcato e alla sua deriva moderna sviluppatasi sotto il nome di capitalismo. Al di là dell’acquisizione di diritti puramente formali, l’epoca del capitalismo non ha permesso l’acquisizione delle libertà concrete corrispondenti. Anzi, talvolta si è assistito ad un peggioramento della condizione delle donne. Di fronte ad un aumento delle libertà formali, non si è riscontato lo stesso sviluppo sul piano delle libertà concrete. E non a caso la crisi che stiamo vivendo ha ha ben mostrato che sono soprattutto le donne a pagare i costi di questo sistema.

Sappiamo che la rivoluzione non si fa in un giorno e che non è possibile mettere in crisi le logiche di un sistema così complesso come quello del capitale in tempi brevi. Ma sappiamo anche che ciascuna di noi può fare qualcosa, una piccola azione per minare le basi di un sistema così complesso. A piccoli passi, in direzione opposta. Avvertiamo l’opzione banca ‘femminista’, invece, come un passo nella direzione del capitalismo e, quindi, un allontanamento dal femminismo. Cosa resta del femminismo, se si piega alle logiche del capitalismo, per di più nella sua versione più estrema e perversa, quella del capitale finanziario? Se davvero non fossimo in grado di fare di più, vorrebbe dire che il femminismo è morto, perché incapace non solo di produrre ma anche solo di immaginare pratiche trasformative.

Non possiamo rinunciare al tentativo di cambiare questo sistema che ci opprime. Non possiamo, appellandoci ad un presunto ‘principio di realtà’,  principio che porta con sé esclusivamente la possibilità della conservazione e mai del cambiamento, abdicare alla funzione prima di ogni pratica politica, ovvero quella di rendere migliore il mondo in cui viviamo.

 

9 commenti leave one →
  1. sabina izzo permalink
    6 aprile 2014 10:36

    La rivoluzione non si fa in un giorno e, solo guardando alla mia vita, nemmeno in diversi decenni a quanto pare (e vorrei tanto sapere di quale rivoluzione si parla visto che ogni piccolo gruppo di rivoluzionar* ha la propria, perfetta rivoluzione).
    Vorrei nel frattempo anche un chiarimento: se si è femministe si deve essere anche anticapitaliste? E anche rivoluzionarie marxiste-leniniste? E se si fosse solo riformiste sarebbe compatibile con l’essere femministe o non sarebbe sufficiente?
    Quale patente bisogna avere, da quale altro santo ideologico bisogna farsi benedire, per avere il sacrosanto e semplice diritto di lottare per la propria libertà?
    Vorrei concretamente fare delle cose per le donne e per il loro movimento. Una pratica non esclude l’altra: chi vuole la società di mutuo soccorso può farla, chi vuole la banca etica può farla altrettanto. Può apparire sgarbato (e mi dispiace) ma a Roma si dice “diamoci una mossa”.

    • 6 aprile 2014 13:44

      Cara Sabina, mi perdonerai se ti rispondo io, che a questo secondo incontro sono stata impossibilitata ad essere presente e tu sai con quanto dispiacere. Sai anche benissimo che la volontà da cui era scaturito il fondo di Paestum e lo spirito con cui ci si era incontrate a Bologna e più recentemente a Milano era creare un circuito economico delle donne per le donne. Già “economico” e non “finanziario” è una bella differenza tra la domanda di senso e di soluzioni concrete iniziali e la proposta (io spero provvisoria) che è uscita da questa ultima assemblea. Credo di capire bene il senso di urgenza che ti muove fino, come dici tu, alla scortesia ma la gatta frettolosa… Perché dopo aver bypassato l’argomento per decenni dobbiamo risolverlo in sei mesi? La proposta di creare una soluzione nuova e controcorrente rispetto al sistema in cui viviamo suscita in te l’accusa di ideologia. Ma non pensi che sia quantomeno curioso che adottiamo le stesse logiche che ci hanno portate a questo punto, che per esempio in Grecia – la fonte di bellezza della tua Paestum – sta mietendo bambini per denutrizione e anziani per mancanza di cure? Adottare meccanismi di debito per sostentarci, per giunta riversandoli su altre donne! Dov’è il femminismo in questo? Piuttosto lasciamolo da parte e chi vuole si faccia una Banca-Etica-Bis, ma senza scomodare una eredità di radicalità. L’idea della mutualità da cui tutto questo è partito, e in particolar modo grazie a te, andava in tutt’altra direzione: non gerarchie (se non quella necessaria per la valutazione delle richieste, che infatti ti/mi preoccupava) ma con la creazione di una comunità di donne in continuo sostegno reciproco. Ora mi sembra che tu abbia cambiato idea, senza spiegazioni se non quella dell’urgenza e rifiutando che la spinta anticapitalistica sia parte integrante del movimento delle donne. Ammesso e non concesso questo, non credi varrà almeno un ideale di sorellanza per cui il fatto che donne in difficoltà economica paghino interessi talmente alti da sostenere, indipendentemente dalla loro volontà, altre donne in difficoltà economica sia quantomeno discutibile? O l’urgenza ci porta a passare sopra anche a questo? Accusi di non ammettere la possibilità riformista a fronte della pretesa purezza della rivoluzione (…quant’è lungo il Novecento!). Ma a me risulta che le rivoluzioni siano state parecchie, e mi permetto di dire: anche nel corso della tua vita. Non nel senso maschile della presa del potere ma in quello femminista di una rivoluzione che parte da sé e dalle relazioni che intessiamo. Nella mia – che è più breve e dunque meno ricca della tua – questo è avvenuto.

  2. sabina izzo permalink
    8 aprile 2014 09:47

    Cara Chiara,
    cominciamo dalla frase “rifiutando che la spinta anticapitalista sia parte integrante del movimento delle donne”. Mi piacerebbe molto avere su questo argomento anche il parere di una storica perché, francamente, non sono affatto sicura che la tua affermazione sia vera. Ma diamola pure per vera. Dunque ti ripeto la domanda: se si è femministe bisogna anche essere anticapitaliste? E’ una domanda davvero fondamentale perché se ne trascina appresso un’altra: e che tipo di anticapitaliste bisogna essere per potersi anche definire femministe? Potrei, ad esempio, essere una anticapitalista new age, una post hippy, oppure una dura e pura del leninismo, oppure anche una amish e chissà quante altre variazioni sul tema posso trovare…
    Ma la domanda resta e mi riguarda: per ritenermi femminista devo anche definirmi anticapitalista? O qualora non lo fossi dovrei ritenermi esclusa dal movimento femminista? E’ una domanda che non credo riguardi solo me ma molte donne: dobbiamo ritenerci escluse?
    Non so perché tu scriva che io avrei cambiato idea: ti risulta che abbia mai detto o scritto che avremmo dovuto trovare forme di sostegno economico al di fuori del sistema capitalista? E come diavolo potremmo farlo? Non sono abbastanza idealista dal pensare che si possano creare soldi, soldi veri, che possano davvero essere d’aiuto alle donne e al movimento, vale a dire spendibili nel mondo reale, senza fare i conti con il mondo che ci circonda. Possiamo e dobbiamo trovare le forme migliori, i metodi più “orizzontali” possibili per gestirli ma di soldi stiamo continuando a parlare.
    E ora passiamo a un’altra frase: “indipendentemente dalla loro volontà”. E a te chi l’ha detto che avverrebbe “indipendentemente dalla loro volontà”? Perché? Non potrebbe anzi trattarsi di una valore in più? Avete un microcredito che costerà un terzo di quello che dovreste pagare alle banche tradizionali e, in più, una parte degli interessi versati andranno a sostenere altre donne e altre iniziative legate a donne. Personalmente la troverei una ulteriore ragione per cogliere un’opportunità di avviare una impresa.
    Passiamo ora alla proposta “nuova e controcorrente”. Non l’ho affatto scartata e non è questa che accuso di ideologia. La sto semplicemente aspettando. Personalmente non ci arrivo, non so formulare questa proposta “nuova e controcorrente” che possa creare un fondo di solidarietà (se non quella di andare a chiedere contributi volontari, insomma di andare a pietire soldi in giro). Ma non ho detto che non mi piacerebbe ascoltarla. Se qualcuna ce l’ha, che la dica. Ma la dica però, la smetta di ventilarla e basta.
    Infine, non so a quali rivoluzioni ti riferisca rispetto alla mia vita. Quelle che conosco io, credimi, non hanno a che vedere per nulla con il capitalismo o con l’anticapitalismo. Hanno a che vedere, molte di loro, con il femminismo. Ed è per questo che tale mi definisco.

    • 8 aprile 2014 11:26

      Cara Sabina, che brutta provocazione, non degna di te. Ritenerti esclusa da cosa, ma quale “patente”. Non credi si dovrebbe poter esprimere una analisi critica senza che venga subito agitata l’accusa di espulsione? (espulsione da cosa poi! E’ una retorica davvero pesante).
      Al netto di questo, e sui contenuti. Femministe Capitaliste a me fa accapponare la pelle per motivi descritti sopra, spero questo si possa essere in grado di accettarlo. Io accetto che a te/voi sembri una buona idea. Pensavo che il progetto fosse tutt’altro, mi sbagliavo, ok così. Se volete date seguito a questo progetto di Finanza Etica (lo IOR sta facendo altrettanto, con l’argomento: come si possono aiutare i diseredati senza mezzi finanziari? Fior fior di santi dal lato loro e di donne dal lato nostro indicano, a me pare, altre vie). Ma comunque. Non c’è mai stato bisogno di marciare compatte, non ne abbiamo mai sentito la necessità. Anche per questo mi stupisce la veemenza (la chiamavi scortesia) tua e di alcune altre donne verso le critiche che si è osato rivolgere al progetto, addirittura permettendoci di non presentare contestualmente adeguato business plan alternativo. Mi pare che ci sia nell’aria un po’ di entusiasmo obbligatorio. Ciononostante seguirò con interesse e attenzione gli sviluppi dello IOF.

  3. sabina izzo permalink
    8 aprile 2014 17:07

    Cara Chiara, mi dispiace ma non vedo la provocazione. Ho posto una domanda semplice: la relazione esistente tra anticapitalismo e femminismo. Per te l’una è legata all’altra, per me no. Non mi sento esclusa proprio da nulla ma mi interessa molto sapere se per te/voi il collegamento è essenziale e inevitabile. Se è così basta dirlo: “sì, per noi è inevitabile”.
    Insisto: se ci sono fior fior di santi da parte dello IOR e di donne da parte nostra che esprimono altre vie, si possono sapere? Si possono leggere e conoscere? Avete un business plan alternativo? Almeno fino a quando sono stata presente (e lo sono stata quasi fino alla fine e poi sono dovuta scappare a prendere il treno) non mi pare proprio che nessuna vi abbia impedito di presentarlo. Al contrario: scrivilo ora, scrivetelo subito. Io, ti ripeto, semplicemente non sono arrivata a trovarla. Ma sarei davvero felice di ascoltare proposte alternative. E concrete.

  4. luci permalink
    1 luglio 2014 11:00

    Pongo una domanda che a leggere questo vostro interessante argomentare mi è comparsa nella mente..:”una femminista può essere (sostanzialmente)anche credente cattolica?” Io sono laica, ma ci ho pensato molte volte, parlando con amiche che seguono la dottrina cattolica e si dicono femministe::Non c’è qualche analogia con la vostra discussione?
    Penso alla affermazione di una piccola bimba che dice “Dio non esiste perchè non ha una mamma” e le due donne che l’accompagnano ridono di cuore..l’affermazione invece,è altamente filosofica..scusate il breve intermezzo..vi ringrazio entrambe per le vostre idee espresse in maniera comprensibile.anche alle non esperte..Luci

    • 19 luglio 2014 19:18

      Cara Luci, grazie per il tuo commento e per l’interessante riflessione. Penso che ci sa un parallelismo tra la questione posta nell’articolo e la tua domanda. Il capitalismo e religione, nel nostro caso la religione cattolica, mi sembrano due sistemi in cui le donne (e le femministe) si trovano a vivere e con cui devono inevitabilmente confrontarsi.
      Sebbene anche la religione cattolica si sia configurata come un sistema patriarcale, penso – e lo dico da una prospettiva del tutto laica – che forse si presti maggiormente ad una mediazione tale da far sì che una donna si consideri al tempo stesso femminista e credente. La stessa Mary Daly, una delle teoriche più radicali del femminismo, era una teologa cattolica e si è impegnata non poco a rivelare e criticare gli aspetti profondamente patriarcali dell’istituzione Chiesa e della sua ideologia. Consiglio a questo proposito il suo bellissimo libro “La Chiesa e il secondo sesso”.
      Se da un lato mi sento profondamente in sintonia con la famosa frase di Audre Lorde secondo cui “la casa del padrone non si si distrugge con gli strumenti del padrone”, d’altro canto, sebbene la religione cattolica sia un prodotto storico e quindi condizionato dal patriarcato, è possibile forse mantenerne quegli aspetti legati all’esperienza religiosa intesa come esperienza tipicamente umana di fede e di contatto con il divino che assumono valore a livello spirituale e personale.

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