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Maternità: è tutto talmente obbligatorio.

19 maggio 2014

Avendo partecipato di recente a due distinti incontri femministi, sono stata stimolata a una riflessione sulla maternità. Nessuno dei due incontri la poneva a tema esplicitamente, e forse questo è l’aspetto più interessante.

Francesca Woodman

Francesca Woodman

La prima assemblea aveva come titolo “Dei legami e dei conflitti” ed era organizzato dal Gruppo del Mercoledì. L’invito all’incontro partiva da un documento [qui il testo in pdf] che proponeva la cura come «nuovo paradigma della convivenza» in Europa, liberandone la pratica dalla “gabbia” del privato e facendone emergere le potenzialità politiche e di contrasto. Non a caso, durante l’incontro si è parlato poco di Europa (c’è una difficoltà crescente nel dialogare con gli appuntamenti elettorali) e molto di cura: specificamente, quanto essa possa risultare controproducente rispetto allo stesso patto sociale che pure con essa si vorrebbe non solo proteggere ma rinnovare; quanto essa possa risultare – contro e nonostante le intenzioni di chi la pratica – uno strumento del potere al quale invece ci si vorrebbe opporre. Riporto, tra tutte, due testimonianze che hanno esemplificato questo paradosso.

La prima riguarda un gruppo di fisioterapiste che avevano in cura dei bambini. Nonostante non siano state pagate, per cura del rapporto con i piccoli pazienti e del proprio lavoro, hanno continuato ad operare. Questo sicuramente ha favorito i bambini, ma anche il sistema economico-sanitario che aveva creato questa situazione. La cura, benevolmente rivolta ai pazienti, è stata irreparabilmente altrettanto benevola verso coloro che proprio quei pazienti mettevano deliberatamente a rischio.

La seconda testimonianza veniva da una ricercatrice universitaria, concorde con altre colleghe presenti nell’attaccare l’opinione per la quale in università non ci sarebbe lavoro. «Ce n’è moltissimo – diceva, – ma non si vuole pagarlo». Il suo rendersi disponibile a un sistematico carico di lavoro extra e non retribuito andava ancora una volta a favore delle sue studentesse e studenti, ma avvallava l’organizzazione che rendeva quel suo stesso lavoro ingiustamente necessario (lasciando magari fuori dall’università persone qualificate che quel lavoro avrebbero potuto svolgere). Il derby non è dunque tra una “bontà oblativa” e un atteggiamento da tanto-peggio-tanto-meglio, bensì riguarda le conseguenze previste, ma contrarie, di un atteggiamento che invece di produrre attriti crea paradossali connivenze. Complicità. In entrambi i casi la “cura pubblica” spesa da queste donne diventa contemporaneamente sconsigliabile e obbligatoria. Obbligatoria perché, nonostante se ne tenga aperta e presente la problematicità, semplicemente non è possibile sottrarvisi rimanendo sé stesse.  

Aggiungo a questi esempi un’altra fattispecie della cura, che è quella che deriva dalla precarietà: specie per le donne, ma non solo per loro, l’infinita sostituibilità nelle mansioni lavorative prodotta dai rapporti di lavoro precari induce a spremere da sé stesse un surplus non pagato di performatività, che traduce lo sforzo di aggiungere all’anonimato del precariato un poco di insostituibilità. Anche in questo caso si configura un lavoro di cura – in questo caso rivolta al lavoro stesso – sistematico e gratuito, e non raramente in chiave competitiva. Questo atteggiamento di cura del lavoro come auto-sfruttamento della lavoratrice ha in comune con la cura pubblica di cui sopra il fatto di essere percepito da chi lo traduce in pratica come obbligatorio. Non si può fare altrimenti (per non farsi rubare la propria deontologia e sensibilità professionale da un sistema che penalizzerebbe i bambini, per resistere a un sistema universitario che metterebbe studenti e studentesse sempre all’ultimo posto della gerarchia di priorità, per non perdere, o perdere il più tardi possibile, il posto di lavoro che ci è necessario per vivere – eccetera).

Il secondo incontro si intitolava “Il grembo insostituibile. Nuove famiglie, cosa cambia nell’intreccio  tra tecniche, fantasie e pratiche”, un invito al dialogo da parte di Maria Luisa Boccia e Manuela Fraire [qui il testo dell’invito e il calendario degli incontri, sono ancora in corso]. In questa assemblea si è affrontato il tema di come le nuove tecniche procreative abbiano reso superfluo l’incontro sessuale tra un corpo di uomo e un corpo di donna ma anche di come il potere (la potenza) del corpo femminile sia enfatizzato perché, appunto, al netto di tutte le tecniche, è inaggirabilmente un corpo di donna a dover portare avanti la gravidanza. Un senso del limite per la scienza, e di insostituibilità per le donne.

Cosa hanno in comune questi due filoni di discorso e di sapere, anche esperienziale, e come si arriva alla riflessione sulla maternità? Riflettendo in prima persona, li collego nella cifra della sottrazione. Premesso che se portassi avanti una gravidanza, allora sarei anche madre (avrei tutti gli strumenti culturali, sanitari ed economici per evitare scelte possibili ma estremamente traumatiche a parto avvenuto), sento che la maternità mi interroga profondamente, e raramente in positivo, proprio nella misura in cui l’insostituibilità delle cure materne per il bambino rendono di fatto queste cure obbligatorie. E obbligatorie in un contesto, come ho provato a spiegare, di obbligatorietà diffusa. Per la mia generazione di donne non sono solo obbligatori tutti i classici compiti femminili di cura nella sfera privata, quale quella per gli anziani, gli ammalati, la casa (salvo riversarli su altre donne, parenti o pagate) ma ad essi si sono aggiunti i lavori di cura della sfera pubblica, quali quelli che spendiamo nelle attività sociali, politiche e nel lavoro (precario, dunque “ad ogni costo”) alla cui incertezza, come provavo a illustrare, le donne reagiscono spesso mettendo in campo caratteristiche “rosa”, così apprezzate dai padroni, quali la responsabilità e la dedizione.

Dunque almeno la maternità – il lavoro di cura privata e pubblica per eccellenza – permette di fare esercizio di sottrazione. Essa, che non può fare a meno di me e del mio corpo di donna e di madre, può essere da me rifiutata non per l’effettiva assenza di un desiderio bensì perché questo desiderio non può nemmeno essere interrogato liberamente, dato che la libera scelta che mi porterebbe a intraprendere la strada della procreazione viene tradotta – in un contesto in cui l’obbligatorietà è diffusa in modo così capillare – in un obbligo ulteriore, difficilmente sostenibile, probabilmente sproporzionato rispetto alle mie forze in spasmo.

Nessuna di noi è infinita. La cura è quella pratica in cui è essenziale la libertà di chi cura e la felicità che prova mentre lo fa (questo anche per il bene del curato). Chiunque abbia ricevuto o elargito cure controvoglia sa quanto siano essenziali queste dimensioni, quanto, se assenti, possano stravolgere la situazione. Nella cura vive il paradosso di un contesto che rende necessaria la scelta di cura ma contemporaneamente permette che sia la libertà l’origine di quella scelta. Allora sarebbe essenziale interrogarci sulla natura delle innumerevoli cure obbligatorie che produciamo, sulla libertà che sperimentiamo dentro quelle trincee e sulle sottrazioni che, per antidoto e compensazione, operiamo.

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