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Recensione linotipica #1

29 luglio 2014

Due libri, molto diversi tra loro, che si parlano e ci parlano.  Per trovare nuovi spunti di riflessione e nuove chiavi di lettura.

#1: Il (piccolo) piacere delle donne

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In questi due libri, molto diversi tra loro, ho trovato un tema comune e un’attenzione particolare per un aspetto fondamentale della vita delle donne, di quelle in carne ed ossa e di quelle di carta e inchiostro dei romanzi.

Un saggio e un romanzo. Un testo di trent’anni fa e un libro nuovo fiammante.
Due autori: un uomo, giornalista partigiano ormai defunto, e una talentuosa e affermata scrittrice quarantenne. Un uomo del nord, proveniente dalla campagna piemontese e una donna del sud, proveniente dalla città partenopea.

Quello che questi due autori e i loro libri così diversi tra loro hanno in comune è l’aver affrontato il tema del piacere femminile attraverso le parole delle donne.

Antonella Cilento in Lisario o il piacere infinito delle donne parte più che dal piacere delle donne dall’ossessione maschile per esso, ovvero dalla tradizionale curiosità morbosa che gli uomini proverebbero per i meccanismi che generano il piacere femminile, avvertito come eminentemente diverso da quello maschile e, talvolta, percepito come misterioso e potente. Un medico spagnolo giunge in una Napoli barocca, dove cercherà di scoprire i segreti della sessualità delle donne attraverso la moglie, Lisario, protagonista del romanzo. Accanto alla ricerca esasperante e infruttifera del marito, c’è la ricerca di Lisario che, rimasta muta in giovane età, scopre la propria sessualità, nella relazione negativa con il marito e nella relazione positiva con un maestro delle candele francese  con cui sperimenta l’amore e la felicità nel/del piacere.

Nuto Revelli in L’anello forte. La donna: storie di vita contadina ci regala un meraviglioso e autentico affresco della vita contadina delle Langhe nella prima metà del Novecento. Tale affresco viene tracciato attraverso la raccolta di testimonianze registrate e poi trascritte di donne nate a partire dall’ultimo decennio dell’Ottocento fino a dopo la Seconda guerra mondiale. In questo libro, dedicato solo alle testimonianze femminili, il giornalista e partigiano ci restituisce il mondo della campagna attraverso le esperienze, gli usi e le tradizioni delle donne che l’hanno vissuta. Oltre a descrivere la fatica della vita quotidiana, la miseria, il ruolo di religione e superstizione, le donne si soffermano anche a raccontare le relazioni con i mariti, a descrivere la loro vita sessuale: i parti, il rapporto con il ciclo mestruale e, in generale, le loro conoscenze riguardanti la sessualità.

In entrambi i casi troviamo una testimonianza, l’una romanzata e affascinante, l’altra terribile perché autentica, del posto e del ruolo della sessualità nella vita delle donne e della percezione che ne hanno le donne stesse. Ovviamente non si intende fare qui un paragone tra i risultati della ricerca di Revelli e il bel romanzo della Cilento, tuttavia fa riflettere il fatto che la storia di Cilento è così appassionante e ben riuscita proprio perché Lisario è  una donna che ha un approccio naturale e contemporaneo alla sessualità. Se la protagonista del romanzo fosse stata una delle donne contadine intervistate da Revelli, il romanzo sarebbe stato certamente molto meno coinvolgente.

Le donne intervistate da Revelli riconoscono la totale mancanza di conoscenza rispetto alla sessualità, il piacere è nei loro racconti un fattore assolutamente non contemplato. Molte arrivano al menarca ignorando l’esistenza del ciclo mestruale, molte arrivano al matrimonio senza sapere come si fanno i bambini. Oppresse da concezioni religiose che rendono tutto scandalo e peccato, afflitte dalla mancanza di relazione solidale tra donne (madri e figlie, sorelle o amiche) con cui «di certe cose non si parla», le donne sono inconsapevoli non solo della loro sessualità, ma soprattutto del piacere che da essa potrebbe provenire, poiché costrette in un ruolo e in un modello patriarcale e cattolico di sacrificio e servizio.

«Io dico che tanti matrimoni sono falliti perché sapevamo poco o niente. Quando mi sono sposata, madonna santa… Io  l’orrore, per me era la cosa più brutta che esistesse quella lì, la più brutta. Era il peccato mortale, era lo scandalo, una cosa indecente, ci hanno proprio allevate così. Una volta la donna era rigida, trattenuta, tirata come una corda, piena di soggezione, paura. […]
Io ero impreparata al matrimonio, completamente. Non sentivo nessuna attrazione, niente, la soggezione che mi bloccava, non potevo, non potevo. Lui mi ha detto: “Avessi saputo che tu eri intera come un asino io mi sposavo una ragazza da casino”. Le ricordo sempre queste sue parole. […] Ah, ho un brutto ricordo della prima volta. Sono svenuta dal male. Ero come una statua di marmo, ed allora… Eh, non ci siamo mai capiti da quel lato lì…» (Angela, classe 1918)

«Ritina si è sposata a cinquant’anni, e lui ne aveva anche cinquanta, tra tutti e due ne facevano cento… Allora quando sono andati a sposarsi era di mattino presto perché erano già vecchi e non osavano, e poi sono partiti, sono andati in viaggio di nozze no? Sono andati a piedi fino al ponte di Cuneo, poi alla sera sono ritornati a casa, e la madre di lei gli aveva preparato la cena, le nozze sono state tutte lì.
La madre ha chiesto: “Allora Ritina, che cosa ne dici di questo matrimonio?” “Ohmi, se sapevo che il matrimonio era solo quello non mi sposavo”. Non le era piaciuto.
Sì sì, aveva provato, in una baracca degli zingari, sotto il ponte. Dopo un po’ di mesi lui se ne è andato in Francia, perché lei dormiva sempre con sua madre, non voleva l’uomo. Lei aveva creduto che l’uomo volesse solo del lavoro della donna, e non d’altro. Quante volte Ritina mi ha detto: “Con cinquant’anni non sapevo che gli uomini volessero anche quello”». (Carla, classe 1918)

«Ho comprato cinque figli, posso dire che sono andata con l’uomo. Ma li ho comprati per forza. Fosse dipeso da me neanche uno. Eh, noi eravamo tutti e due freddi, non ci siamo mai scaldati. Era una cosa contraria a me, una cosa che non mi piaceva. […] Eh, adesso quando si sposano sanno già cosa vuol dire essere spostati. Ed è meglio!» (Marta, classe 1916)

«Mah. Il rapporto di affezione tra l’uomo e la donna c’era anche troppo. Ma cosa volete, quando c’è un bambino ogni anno l’affezione va anche via. Se la donna avesse detto “no” lui subito si arrabbiava, allora sì che erano scene, oh per carità, guai, oh, non poteva la donna rifiutarsi, no no no, ahi. […] La verità è che la donna subiva. Anche il rapporto con l’uomo diventava una sofferenza. A volte mi veniva il desiderio di fargli due carezze perché lo stimavo, ma poi mi dicevo: “Lascialo solo stare, che purtroppo si accende già da solo”, mah, ah no no». (Adele, classe 1898)

«Con mio marito andavo e vado d’accordo, sul discorso della famiglia, del lavoro. Però sessualmente no, perché l’uomo di qui non è educato, è egoista, e sul discorso del sesso c’era il mutismo, non parlavamo, mai che mi chiedesse se mi piaceva, il rapporto era meccanico, dato che a me non piaceva non ero mai io a decidere, anzi mi dava fastidio quando lui decideva. Eh, quando non ti trovi sessualmente come donna sei spacciata. Ti attacchi ai figli con un affetto morboso, e vivi per loro.  Aprire il discorso, farglielo capire? Ma se ero così in soggezione che non osavo nemmeno a guardarlo negli occhi. Adesso che i sensi si sono assopiti non vale più la pena di parlarne. Le mie amiche, le altre donne? Dico soltanto che era difficile essere donna. Parlava sempre l’uomo, non potevi mai fare un discorso tuo, lui ti faceva proprio sentire inferiore. E ti imponeva l’atto sessuale. Tu subivi, non raggiungevi l’orgasmo, ah no no, non sapevi nemmeno che cosa voleva dire l’orgasmo. Tutto in fretta, e speravi soltanto di non restare incinta. Non per niente ho atteso la menopausa come una liberazione». (Agostina, classe 1932)

Le donne del testo di Revelli sono le testimoni di un mondo cronologicamente recente ma culturalmente lontanissimo. Parliamo di donne vissute meno di cento anni fa che ci raccontano un mondo culturale e simbolico che è stato profondamente modificato dal femminismo. Da qualche giorno sono giunti agli onori della (pessima) cronaca italiana, quei movimenti antifemministi di donne che, attraverso i social network, rivendicano il loro rifiuto del femminismo. Ebbene ciò a cui queste donne si richiamano per dichiararsi antifemministe, ovvero la consapevolezza di sé, del proprio corpo, la legittimità di decidere della propria vita e la “presa di parola” sono “privilegi” un tempo impensabili per le donne, il cui utilizzo si è reso possibile non certo grazie alla benevolenza degli uomini ma solo grazie alla rivoluzione operata dal femminismo.

Antonella Cilento, Lisario o il piacere infinito delle donne, Mondadori 2014, pp. 297 – $ 17,50

Nuto Revelli, L’anello forte. La donna: storie di vita contadina, Einaudi 2005, pp. 523 – $ 14,00

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  1. peppe permalink
    14 agosto 2014 16:57

    Il primo libro mi lascia perplesso perché non mi risulta che nella Napoli di quel tempo mancassero donne acculturate.
    Il secondo perché di vecchie donne, campagnole o cittadine, che parlano di sesso ce ne son sempre state. E anche di racconti che vedono la donna ben poco insensibile su questo punto. Basti pensare alla famosa vicenda di Giuseppe il sognatore…

    A questo punto mi chiedo se il problema non sia oggi. Se non è proprio oggi che ci si ostina a voler costruire una visione storica della cd “sessualità femminile” secondo i canoni di una visione ideologica oggi dominante.
    Dopo la rivoluzione bolscevica in Russia un noto personaggio disse che più che il presente in Russia stava cambiando il passato…
    La storia è maestra, quando non è stata contraffatta…

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