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Le donne e le cose

28 settembre 2014

Quando la filosofia è indifferenza.

Kevin Sloan_Modern BlindnessE’ uscito da poco il nuovo libro di Roberto Esposito dal titolo ‘Le persone e le cose’. Il libro muove dalla constatazione che la distinzione tra cose e persone quanto più è netta, tanto più produce lo slittamento per alcune categorie di persone nell’ambito delle cose. Ci sono persone trattate come cose. Quale definizione di cosa e quale di persona possono impedire questa deriva inevitabile? Secondo Esposito occorre ridefinirne la relazione e per farlo occorre partire da quella ‘cosa’ che è più persona tra le cose ovvero il corpo. Il saggio si propone quindi l’ambizione di scardinare il meccanismo di oggettificazione delle persone, mediante una proposta filosofico-politica la cui leva sarebbe una ridefinizione del corpo come corpo vivente, intermediario tra il mondo delle cose e quello delle persone, ponte che impedisce alle persone di essere ridotte a cose.

Accompagnato da un excursus sulla storia e la filosofia che ha costruito la distinzione tra cosa e persona, ciò che appare immediatamente evidente nel libro di Esposito non è quello che è scritto ma quello che non lo è, ovvero ciò che non ha trovato posto nelle riflessioni dell’autore. Non si sta muovendo un’accusa di poco approfondimento, di scarsa analisi. Ciò che manca appare piuttosto come opera di rimozione. Nella storia dell’esclusione di alcuni soggetti dalla categoria di ‘persona’ mai si fa menzione delle donne, se non accidentalmente. Eppure, in questa storia, la donna occupa un posto particolare e non assimilabile a quello di altri, siano essi schiavi, bambini o lavoratori sfruttati. La cosa a cui è stata ridotta la donna è, in un certo senso,  più ‘cosa’: essa è cosa ‘per natura’, non per età, o per condizione sociale o politica. La donna è nata ‘cosa’.

Il fatto che non sia fatta menzione delle donne nella storia dell’ oggettificazione delle persone inficia l’analisi totalmente. La scissione dalla vita prodotta da questa ‘filosofia’, anziché portare ad un nuovo modo di intendere la relazione tra cose e persone, la esaspera, raffinandola. Alla critica di Esposito sulla tendenza di una certa filosofia ad annientare le cose, ci pare di poter rispondere che la sua, di filosofia, annienta insieme anche le ‘persone’.

Esposito procede sostenendo che la distinzione tra cose e persone, quanto è più netta dal punto di vista teorico, tanto più porta allo sconfinamento per alcune persone nella categoria delle cose. Per contrastare questa deriva, è necessario partire dal corpo che, nella sua essenza, non può essere definito né come persona né, propriamente, come cosa. Egli lo interpreta come un punto di giunzione tra i due mondi: ciò che permette non solo alle persone di agire sulle cose, ma anche a queste di influenzare le persone. Il corpo, come ‘res sacra’, ‘non appropriabile’, sarebbe, per definizione qualcosa di ‘non-personale’, ma ‘comune’. Bene comune inviolabile, il corpo così ridefinito diventa il perno per superare la scissione corpo-oggetto/mente-soggetto e con essa l’oggettificazione delle persone. Se è ponte tra cose e persone, il corpo è insieme anche l”ostacolo’ che impedisce alle persone di essere ridotte a cose.
Cartesio e la sua filosofia di due sostanze distinte per corpo e mente devono essere superati. E da dove partire per immaginare

esposito un altro modo del ‘corpo’? Da Spinoza, il quale, come sostrato di corpo e mente, immaginava l’esistenza di un’unica sostanza insieme estesa e pensante. In questo modo, secondo Esposito, viene compiuto il primo passo per garantire il superamento della scissione. Ma in effetti non è così. Innanzitutto perché la distinzione mente-corpo viene mantenuta, pur essendo entrambi compartecipi della stessa sostanza: il corpo, dice Spinoza , è l’oggetto della mente. Ciò, ci sembra, non vuol dire superare la distinzione quanto piuttosto interiorizzarla. Spostare la scissione all’interno non vuol dire risolverla.

Secondo Esposito, la riflessione spinoziana servirebbe, mentre considera il corpo parte di un’unica sostanza insieme alla mente, a superare il meccanismo escludente della ‘persona’. Ma, così come in realtà la scissione non viene superata, ugualmente non viene superato questo meccanismo e ne è prova la considerazione che Spinoza ha delle donne e della loro possibile inclusione:

Ma forse qualcuno chiederà: le donne sono in potestà degli uomini per natura o per istituzione? Infatti, se ciò avviene soltanto per
istituzione, nessuna ragione ci costringerebbe a escluderle dal governo. Però, se consideriamo l’esperienza stessa, vedremo che tale esclusione nasce dalla loro debolezza. Infatti, non accade in nessun luogo che uomini e donne governino insieme, ma ovunque si trovino uomini e donne, lì vediamo che gli uomini governano e le donne sono governate, e in tal modo entrambi i sessi vivono in concordia.
(…)  Se le donne fossero per natura uguali agli uomini, tanto per forza d’animo quanto per ingegno – ed è soprattutto in ciò che consiste la potenza umana e quindi il diritto –, di certo tra tante e tanto diverse nazioni se ne troverebbe almeno qualcuna dove entrambi i sessi governano alla pari, e altre dove gli uomini sono governati dalle donne ed educati in modo da risultare inferiori alle donne per ingegno. Ma poiché ciò non è accaduto in nessun luogo, è del tutto lecito affermare che per natura le donne non hanno il medesimo diritto degli uomini, ma devono necessariamente ubbidirgli. E’ quindi impossibile che entrambi i sessi governino alla pari, e ancor meno che gli uomini siano governati dalle donne. Inoltre, se consideriamo gli affetti umani – cioè che gli uomini per lo più amano le donne solo di un amore carnale (libidinis affectu), e stimano il loro ingegno e la loro sapienza solo in ragione della loro bellezza, e inoltre che gli uomini a stento sopportano che le donne da loro amate accordino in qualche modo ad altri i loro favori, e via dicendo – vedremo ben facilmente che non è possibile, senza un grave danno per il mantenimento della pace, che gli uomini regnino alla pari con le donne. Ma su ciò non serve dire altro”. Questa è l’ultima pagina del Trattato politico.

Del superamento dell’esclusione di chi stiamo parlando, dovremmo chiedere all’autore di ‘Le persone e le cose’?

Ma vediamo poi come procede Spinoza, così come viene ripreso da Esposito, “Gli uomini prosperano solo se uniscono i loro corpi in un organismo collettivo cui si può dare il nome di moltitudine’ (…) all’uomo niente è più utile dell’uomo; gli uomini cioè non possono desiderare per la conservazione del proprio essere niente di più eccellente se non che tutti concordino su tutto, in modo che le menti e i corpi formino quasi una sola mente e un solo corpo”. Spinoza, ci pare, non solo mantiene il meccanismo di esclusione, ma lo intensifica rendendo gli inclusi ‘indifferenti’ tra loro, un solo corpo (maschile?) e una sola mente. La linea di demarcazione con gli esclusi diventa, in tal modo, ancora più netta. Uniformità tra gli inclusi, totale esclusione per gli altri, un unico corpo incluso, tanti corpi-cose esclusi.

Cosa possiamo dedurre dalla lettura del testo di Esposito? Cosa possiamo imparare? Che la filosofia che non fa differenze, è indifferente e lo è in almeno tre sensi. Essendo parola ‘vuota di realtà’ essa può essere usata per sostenere indifferentemente sia una cosa che il suo contrario. Essa è poi indifferente, politicamente, alla vita: mero esercizio di funzioni intellettuali una simile filosofia non serve alla vita, ma è semplicemente serva dello status quo. Non ‘toccando’ il reale essa non lo cambia. Ed è indifferente, perché non facendo differenze, punta ad un omologazione, che è sempre omologazione sul più forte, il quale diviene così il perno sia per l’uniformazione della società all’interno sia per l’uniformazione di ciò che è posto come esterno. Si tratta quindi del massimo della scissione tra inclusi ed esclusi, il massimo della distinzione tra mente e corpo e, infine, il massimo della divaricazione tra persone e cose che, come abbiamo visto, è il presupposto primo della riduzione delle persone a cose.

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