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Si può scegliere liberamente la propria illibertà?

20 ottobre 2014

Ovvero: il velo come simbolo

Anyla Quayyum Agha, "Intersection" [Installazione]

Anyla Quayyum Agha, “Intersection” [Installazione]

La settimana scorsa ho partecipato alla presentazione del libro di Giuliana Sgrena (presso la Libreria Zanetti di Montebelluna,TV), Rivoluzioni violate, pubblicato quest’anno da Il Saggiatore. Si tratta di un libro in cui si indaga il ruolo che le donne hanno avuto nelle cosiddette “primavere arabe”, della questione di genere come aspetto centrale nelle rivendicazioni rivoluzionarie e il ruolo che essa ha avuto, se così potremmo dire, nel loro “fallimento”, nel “voto islamista” che le ha seguite. Si tratta di un libro scritto con grande competenza, esempio di un giornalismo serio e, oggigiorno, anche raro.

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Report Matri-arkè – Pistoia 4-5 ottobre 2014

13 ottobre 2014

matriarkè copertina

Già il titolo “Matri-arkè” è di per sé evocativo, ma forse lo è ancor di più il sottotitolo: “Il futuro di un’immagine arcaica” è che stato scelto per il convegno tenutosi il 4 e il 5 ottobre a Pistoia. Il convegno è stato splendidamente organizzato dalle “Zie di Sofia” in collaborazione con il comune di Pistoia e il polo universitario Uniser.

Raccontare chi sono e cosa fanno le “Zie di Sofia” è utile a comprendere in che modo è avvenuto il concepimento e la gestazione del convegno “Matri-arkè”. Un gruppo di donne pistoiesi fonda un circolo di lettura dove si affrontano opere filosofiche, di narrativa fino ad approdare alle opere di Maria Gijmbutas e poi alle opere di Heide Göettner-Abendroth, considerata unanimemente (in ambito accademico e non) la fondatrice degli Studi matriarcali moderni. Nasce così il desiderio di un momento collettivo di incontro per confrontarsi sul matriarcato e sui suoi principi, che fornisca nuove energie per il cambiamento complessivo della società che molte donne (femministe, ambientaliste, donne delle istituzioni, madri, streghe, sacerdotesse eccetera) desiderano per la nostra società.

Una due giorni dal programma densissimo che inizia con l’anteprima nella serata di venerdì 3 ottobre. Una visita guidata alla mostra “Le Pomone e il mito della grande madre” e la proiezione del documentario “Nu Guo. Nel nome della madre” e l’incontro con la regista Francesca Rosati Freeman. Il documentario racconta la vita e la società dei Moso, una minoranza etnica di circa 40000 persone che vive nella regione dello Yunnan (Cina). Essi sono una delle società matriarcali ancora esistenti oggi nel nostro pianeta. Qui il trailer del video

Donne Moso

Donne Moso

Quello che segue è un report delle giornate di sabato e domenica a cui ho partecipato, sperando di fare cosa utile per coloro che non hanno potuto parteciparvi e come sentito ringraziamento alle Zie di Sofia per il meraviglioso lavoro svolto.

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Non vi sarà dato di avere donne in catene e una umanità felice

10 ottobre 2014

Il fatto che a Napoli un ragazzino sia stato violentato da alcuni ragazzi più grandi con un compressore ci racconta alcune cose precise: 1) se il ragazzino non avesse riportato i danni – che invece purtroppo ha riportato – all’intestino, ciò che gli è accaduto sarebbe stato assimilato dalla sua comunità per lo “scherzo” che i genitori degli aggressori tuttora sostengono che sia, 2) la violenza è un codice di relazione accettato, tollerato, sostenuto, appoggiato, praticato da grandi e piccini, 3) il tasso di corrispondenza delle donne al canone estetico loro imposto è stato culturalmente considerato sinonimo del loro valore (tanto più sei “bella”, tanto più hai valore, tanto più sei “brutta”, tanto più la tua persona, la tua vita, le tue preferenze sono disprezzabili): è stata questa l’anticamera del contagio per uomini, ragazzi e bambini, con l’aggiunta che i meccanismi di diversità / esclusione / violenza maschile sono diffusi e brutali. Per questo, anche per questo, il femminismo ha qualcosa di valore da dire non solo alle donne, ma all’umanità tutta. Non vi sarà dato di avere donne in catene e una umanità felice.

Vivian Maier, Self portrait

Perché non ci sarà Paestum 2014?

3 ottobre 2014
Viviam Maier

Vivian Maier, Self portrait

Ormai un anno fa si svolgeva a Paestum il terzo incontro nazionale del femminismo.

Il primo grande incontro si tenne nel 1977 e fu solo nel 2012 che, su iniziativa di Lea Melandri e di alcune donne della Libreria delle donne di Milano, si ripropose e si diede vita ad un nuovo momento di incontro. Questa iniziativa aveva non l’intento di celebrare l’edizione degli anni Settanta, bensì scommettere sul femminismo di oggi, su tutte quelle forme di pratica politica e di lotta femminista che si sono tramandate, trasformate, mantenute e create nel corso di questi quasi quarant’anni. Per noi di Femminile Plurale, Paestum 2012 fu un’occasione per conoscere di persona donne incontrate solo sui libri o sul web, per incontrarsi e ri-conoscersi, per tessere quelle relazioni indispensabili per far vivere un movimento come quello femminista.

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Le donne e le cose

28 settembre 2014

Quando la filosofia è indifferenza.

Kevin Sloan_Modern BlindnessE’ uscito da poco il nuovo libro di Roberto Esposito dal titolo ‘Le persone e le cose’. Il libro muove dalla constatazione che la distinzione tra cose e persone quanto più è netta, tanto più produce lo slittamento per alcune categorie di persone nell’ambito delle cose. Ci sono persone trattate come cose. Quale definizione di cosa e quale di persona possono impedire questa deriva inevitabile? Secondo Esposito occorre ridefinirne la relazione e per farlo occorre partire da quella ‘cosa’ che è più persona tra le cose ovvero il corpo. Il saggio si propone quindi l’ambizione di scardinare il meccanismo di oggettificazione delle persone, mediante una proposta filosofico-politica la cui leva sarebbe una ridefinizione del corpo come corpo vivente, intermediario tra il mondo delle cose e quello delle persone, ponte che impedisce alle persone di essere ridotte a cose.

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È femminista ciò che piace?

27 agosto 2014

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Domenica sera, durante i Video Music Award di Mtv, la cantante Beyoncè ha tenuto una performance della durata di 20 minuti al termine della quale, è comparsa sullo schermo alle sue spalle, a caratteri cubitali, la scritta “feminist”.

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Il sadismo mai sazio per la guerra

26 agosto 2014

In questi giorni – per Gaza, l’Ucraina, la Siria – si sente spesso parlare di «strage di innocenti». È un’espressione che solo apparentemente può sembrare neutra, se non buona, mentre in realtà è efferata: sottintende che una “strage di colpevoli” sarebbe meno grave o forse, addirittura, benvenuta. Come se fossimo stati infettati dalla mentalità dell’uccidere, massacrare, umiliare – come se ai “colpevoli” (giudicati quando e da chi, per che cosa?) fosse lecito infliggere una pena di morte e, visto che stiamo parlando di «strage», addirittura di massa.
Da questa mentalità sanguinaria era infettato anche l’articolo di Guido Crainz pubblicato ieri su Repubblica, in cui il professore parlava della gogna inflitta ai prigionieri di guerra ucraini come di una manifestazione incruenta (sic).
L’eterno dibattito giornalistico sull’opportunità o meno di pubblicare immagini violente dovrebbe prendere in considerazione anche il fatto che, in questo show della guerra e della disumanità, pare che a noi indignados della famosa opinione-pubblica-occidentale-democratica la dose di orrore da somministrare per essere soll-eccitati debba essere sempre più alta. Di orrori piccoli si accontentino gli altri, show must go on.

P.S. Marcella su facebook fa notare che strage degli innocenti è un’espressione che viene da lontano, alludendo all’episodio raccontato nel Vangelo in cui Erode, venuto a sapere della profezia dei Magi sulla nascita del Messia, fa ammazzare tutti i neonati maschi nati vicino a Betlemme. Tutto vero, ma l’espressione giornalistica è diversa: solo occasionalmente viene riferita ai bambini, il suo uso più frequente è invece generico. È in questa genericità che si nasconde l’implicito della pena di morte per il non meglio identificato colpevole. 

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