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Feminist blog camp 2: Senza chiedere il permesso

4 ottobre 2012

Al Camp è arrivata anche Lorella Zanardo che, con il suo bagaglio di conoscenze su media, pubblicità e comunicazione, ha partecipato ad un dibattito molto interessante, condotto da Laura Preite giornalista della Stampa.

Zanardo spiega che l’Italia è il paese con il più alto consumo di tv in Europa. Non solo, abbiamo anche uno dei mercati pubblicitari più grandi al mondo (4 miliardi di fatturato l’anno). Per questo l’analisi di ciò che passa per le nostre televisioni rappresenta un passo obbligato per comprendere il sociale e per cambiarlo. Provocando dice: ognuno dovrebbe guardare 15 minuti di televisione a settimana per rendersi conto di quello che viene propinato al Paese. Il problema di mancanza di qualità non è un problema di fatturato (banalmente, con il trash televisivo non si guadagna di più) ma il risultato della mancanza di innovazione e di investimenti nei talenti. A quanto pare in Italia gli investimenti pubblicitari più sicuri devono puntare su un sessismo delle immagini più forte che in altri paesi europei: per esempio, lo spot Müller in Francia non mostra donne nude come da noi, ma innocue immagini di pascoli.

Zanardo ha dunque sostenuto che l’educazione ai media sia uno strumento di cittadinanza attiva, poiché mette nelle condizioni di reagire ad un messaggio che viene interiorizzato attraverso la tv, cioè in modo strutturalmente passivo. Le discriminazioni di genere trovano qui un punto nevralgico della loro campagna di vaccino: i mass media veicolano messaggi fortemente discriminatori per le donne. L’empowerment femminile è l’obiettivo e parte anche da qui. Zanardo sta portando avanti un progetto che si chiama Nuovi Occhi per i Media, molto diffuso in Toscana (per ora 7mila studenti coinvolti, una decina gli educatori già arruolati) e da questa settimana in Trentino. Un successo quindi ma il problema sono i finanziamenti che permetterebbero di diffondere il progetto, vale a dire il problema è un’attenzione diffusamente politica che invece manca.

Zanardo si chiede infine se il femminismo italiano di oggi non sia troppo elitario. In effetti, il rischio per ogni prassi politica che col tempo sia diventata anche teoria, è proprio quello di perdere gradualmente la presa sulla realtà. Soffermarsi troppo sul lato teorico, non ha forse allontanato le tante femministe dall’approccio diretto, dal confronto concreto con i problemi che le donne, tutte, vivono quotidianamente? E in questa frattura non ha forse avuto un ruolo la tv, che impone l’ipersessualizzazione delle immagini solo a chi, la tv, la guarda, ossia a persone distanti da coloro che invece non la guardano mai solo perché sono nelle condizioni socio-economiche tali da cercarsi infotainment più di qualità? Che cosa significa stare fuori dal sistema, quando tanto il sistema tanto inghiotte solo chi è dentro? Come realizzare una cordata femminile che non trascuri nessuna?

Con queste domande finali si guadagna i due interventi di Laura Cima che trovate qui.

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4 commenti leave one →
  1. Maria permalink
    5 ottobre 2012 10:35

    Apprezzo moltissimo il prezioso lavoro svolto da Lorella Zanardo, ma ritengo che l’accusa di élitarismo rivolta al femminismo sia ingiusta. In realtà molti collettivi coniugano teoria e prassi e coinvolgono nelle loro azioni donne comuni. Si pensi alle campagne per la difesa della legge 194, all’esistenza dei centri antiviolenza, alla lotta contro la tratta, alle proposte elaborate in tema di lavoro che contemplano ad es l’introduzione del reddito garantito, ecc.. ecc…
    Inoltre l’elaborazione teorica non costituisce affatto una forma di distacco dalla realtà, di reclusione in un’asfittica torre d’avorio, ma, al contrario, consente di comprendere, cogliere, interpretare gli eventi sociali e ciò rappresenta la premessa indispensabile per poter agire su di essi trasformandoli.
    La stessa prassi politica di Zanardi, del resto, si fonda su un sofisticato lavoro teorico di decodificazione e di decostruzione delle immagini femminili proposte dalla TV.

  2. Donatella Proietti Cerquoni permalink
    6 ottobre 2012 14:01

    Il Femminismo italiano viene accusato per l’ennesima volta di elitarismo, di astrazione, di mancato rapporto con la realtà.
    Intanto farei attenzione a non generalizzare e distinguerei la necessità di quadri teorici in ambito femminista dall’insoddisfazione che è andata maturando in taluni contesti nei confronti di alcune sedi teoriche del Femminismo medesimo.
    Si tratta di una necessità, quella di una buona teoria, alla quale non si può abdicare, pena il ricorso all’ideologia “del fare”, tanto in voga in epoca neoliberista particolarmente in Italia nell’ultimo ventennio, come tristemente ciascuna potrà ricordare. Ma del resto lasciare i più nell’ignoranza credo faccia parte di queste ideologie che vanno illuminate nei loro nessi con il patriarcato, sede privilegiata di mortificazione di quei saperi utili alla messa in discussione dei dispositivi del dominio.
    .

  3. 7 ottobre 2012 10:05

    Credo – anzi, sono certo – che il discorso di Lorella sia un tantino diverso.
    Ne sono certo perché la seguo da anni, la conosco, la leggo. Letto anche il suo ultimo libro, e ciò che emerge non è una diffidenza nei confronti della rilfessione teorica in sé (mai mi aspetterei questo da lei, credo che il pensiero e la potenza che lo caratterizza stia a cuore a tutti e tutte noi, lei compresa), ma il timore che grandi menti e grandi corpi non usino il giusto canale per arrivare alle masse. O meglio: non si rendano conto di quanto profonda sia la povertà di strumenti di cui la maggioranza dispone.
    Se il nostro obiettivo, di tutti/e, è coinvolgere la popolazione verso un cambiamento, dobbiamo parlare con mezzi semplici e diretti, che non vuol dire grezzi. A volte, ahimè, gli/le intellettuali non lo fanno.

  4. Donatella Proietti Cerquoni permalink
    8 ottobre 2012 07:49

    Il problema è che tutto questo si va ad aggiungere a qualcosa di preesistente che così si incrudisce e porta a conseguenze molto impressionanti per me, come le dichiarazioni, a Paestum, di una donna delle istituzioni che, secondo il report di Marina Terragni dice queste parole: “com’è che il Paese del femminismo più potente e raffinato è quello in cui la condizione delle donne è più miserabile?”
    Non so cosa ne pensate ma io non credo affatto che il livello raggiunto dalle donne italiane sia il più miserabile – ci sono condizioni di precarietà inaccettabile e per le quali io voglio aggiungermi nella lotta, se ci sarà e anche se precaria non sono più; c’è un abuso del corpo e dell’integrità psicofisica femminile, ci sono senz’altro gravissimi problemi ma c’è un livello di scolarizzazione femminile, per fare un solo esempio,che definire eccellente è nulla. Ma non voglio soffermarmi a descrivere questo, l’ha già fatto provocatoriamente Lia Cigarini nei giorni precedenti a Paestum in un’intervista mi pare comparsa su Repubblica, quello che voglio provare a discutere è il fatto che a me pare che in Italia si sia diffusa un’accusa alle femministe che si presenta in diversi modi. Porto qui questo punto che sto discutendo anche nella mia pagina fb, perché questo è un blog che apprezzo moltissimo così come ho apprezzato moltissimo gli interventi di Ilaria a Paestum, per come ho potuti seguirli anche se non sono potuta andare. Si tratta di interventi che in qualche modo trovo legati a quello che sto dicendo perché se non ho capito male Ilaria ha proposto di andare oltre e cominciare a prefigurare istituzioni femminili internazionali che di per sé risolverebbero l’angustia anche di un certo modo di dibattere, oltre a dare maggiori e diverse possibilità di lavorare sulla lotta alla precarietà. Ma una cosa alla volta.
    L’accusa di cui parlo è rivolta implicitamente o esplicitamente alle teoriche italiane del femminismo o, più in generale, alle femministe storiche. Le prime (le teoriche) vengono di fatto accomunate agli intellettuali italiani che diventano così tutti disprezzabili come se non avessimo menti degne di questo nome in questo Paese. Le seconde, ovvero le femministe storiche, sono accusate di non aver lottato abbastanza per garantire condizioni sociali, economiche etc. diverse alle loro figlie (in senso lato e non). Spesso questa accusa si estende anche al fatto che i mass media abusano senza contrasto dell’immagine femminile. Insomma tutta colpa delle “madri”, niente viene imputato con la stessa forza ai veri e concreti responsabili di questo stato di cose e quando si accosta la “potenza e la raffinatezza” del pensiero femminista italiano alle condizioni “miserabili” delle nostre concittadine si raggiunge, a mio avviso, l’apoteosi malevola di questo, non più tanto retro, pensiero.
    Il fatto, però, che, come ha fatto Ilaria, il problema della precarietà venga posto in un congresso di femministe la dice lunghissima a quale tipo di responsabilità vengono chiamate le madri dalle figlie (simboliche o no, non cambia per me). Siccome io non credo che tutte le figlie vogliano accusare le madri, anzi, credo che il richiamo alla responsabilità sia proprio quello che più si avvicina all’etimo della parola, le “storiche” vengono interpellate in qualità di portatrici di “responsi”. E’ un’ipotesi, mi piace pensare che sia (anche) così perché se così fosse, il conflitto generazionale sarebbe una risorsa, non un ostacolo e ci vedrebbe, come felicemente è stato detto a Paestum, “tutte contemporanee”.
    Un caro ringraziamento per l’ospitalità per questo mio lungo commento e ad Ilaria.
    Donatella

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